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Joseph Halevi : I potenti senza egemonia che impoveriscono il mondo

 

Quest'anno, alla riunione mondana di economia nella ricca ed esclusiva cittadina svizzera di Davos non corrisponderà il contraltare del forum di Porto Alegre, segno della fine del movimento no global proprio quando pratica e ideologia della globalizzazione sono entrate in crisi. Del resto i no global non hanno mai voluto fare un'analisi del capitalismo mondiale e oggi il Brasile di Lula non è più interessato a proseguire sulla linea della denuncia, visto che è cambiato sia il suo peso nel panorama internazionale che la sua situazione interna.
Il fattore principale - se non esclusivo - del mutamento della posizione concreta di Brasilia si chiama Pechino. La Cina traina il Brasile, come il resto dell'America Latina - non il Messico, legato a doppio filo agli Usa, che invece è perdente - grazie alla grande domanda di materie prime e prodotti agricoli. Il Brasile è stato ripescato assai rapidamente dalla recessione che lo ha investito al momento dell'esplosione della crisi mondiale, a fine del 2008. La molla è stato il rilancio cinese, varato nel novembre di quell'anno, con Pechino che piazzava ordinativi di materie prime ovunque. Oggi il capitalismo agrario (carne e soia) e delle società minerarie - che fanno un tutt'uno con gli interessi finanziari - guidano l'economia brasiliana, con Lula come autista.




Senza Porto Alegre, il ballo in maschera di Davos fa risaltare il potere senza egemonia delle stesse forze che hanno provocato la crisi. La situazione è chiara: disoccupazione galoppante e crolli industriali da Grande Depressione (negli Usa, nel 2009, le vendite di beni durevoli sono diminuite del 20,2% rispetto al 2008; in Italia ci saranno in marzo 30 mila cassintegrati nella sola Fiat). Se i paesi colpiti da questi fenomeni fossero attraversati sia da forti e organizzate tensioni sociali, sia da sfide intellettuali - non solo alle politiche economiche, ma anche alle strutture di classe - il panorama sarebbe diverso e la dislocazione del ruolo che nel passato ricopriva «Porto Alegre» sarebbe avvenuta in modo naturale.
Ma oggi succede il contrario. Gli agenti della crisi avocano a sé stessi, senza opposizione, anche il diritto di precedenza e monopolio nella critica. E' il caso dell'intervento del presidente francese Sarkozy a Davos, mentre a casa lui e il suo governo continuano a privatizzazione e finanziarizzare l'economia, all'insegna della deflazione salariale. Tuttavia «potere» non significa egemonia nel senso programmatico del termine. Nessuno dei convenuti ha la più vaga idea di cosa fare davvero. Lo scontro sulle banche tra l'Europa e gli Usa riflette principalmente uno scontro tra differenti capitali monopolistici. In Europa le banche sono più capitalizzate, quindi molto meno in crisi rispetto a quelle statunitensi. Tuttavia, se queste ultime mirassero a raggiungere i livelli europei perderebbero notevoli quote di mercato. Ciò che unisce i partecipanti non sono le prospettive, inesistenti, ma che queste devono essere ricercate solo all'interno del dogma della deflazione salariale e della moltiplicazione ad infinitum dell'esercito industriale di riserva. Tanto si sbranano tra di loro, come in Italia ha dimostrato l'infamante pogrom dei nuovi ebrei africani a Rosarno. Se questo è possibile è perché «non c'è più il socialismo come sfida politica ed intellettuale». Lo dice John Kay sul Financial Times del 27 gennaio. Assolutamente da tradurre e leggere.

Pubblicato il 15/2/2010 alle 9.20 nella rubrica Comunismo.

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