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Hegel fa posto a Marx

Del resto, anche a dire una parola sulla dottrina di come deve essere il mondo, la filosofia arriva sempre troppo tardi. Come pensiero del mondo, essa appare per la prima volta nel tempo, dopo che la realtà ha compiuto il suo processo di formazione ed è bella e fatta. Prima l’ideale appare di contro al reale, nella maturità della realtà, e poi esso costruisce questo mondo medesimo, colto nella sostanza di esso, in forma di regno intellettuale. Quando la filosofia dipinge in chiaroscuro, allora un aspetto della vita è invecchiato e dal chiaroscuro esso non si lascia ringiovanire, ma solo riconoscere : la nottola di Minerva inizia il suo volo sul far del crepuscolo


 

La teoresi che guarda tutto sub specie eternitatis diventa nel tempo sapere storico che guarda tutto come passato e dunque ha bisogno che la realtà sia compiuta e perfetta nel presente per poterla contemplare. Il sapere storico è come una immagine temporale del sapere filosofico. Ne è la realizzazione. Ma esso non è sapere per il futuro se non indirettamente. La filosofia arriva troppo tardi. Essa vive nella dialettica tra passato e ricordato, in questa lotta, in questa disperazione che cerca di diventare immediatamente gioia. Ma si apre un territorio inesplorato, che Hegel deve negare (o meglio deve omettere), altrimenti la compiutezza della sua visione storica sarebbe lesa. Ma questo silenzio apre la strada. Tutta il pensiero post-hegeliano è lasciato essere dal sistema di Hegel (e forse giace nelle pieghe del suo sistema sia pure in forma embrionale e caricaturale). E tutto il pensiero post-hegeliano è ammissione della fine della teoresi (e del suo riperpetuarsi solo come forma di terapia dell’anima o come riepilogo raffinato dalla logica) e dunque dell’ammissione della compiutezza del sistema. E tutto il pensiero post-hegeliano è un partire che ha analogie, un partire da qualcosa, senza pretesa di auto fondazione : l’esistenza di Schelling e Kierkegaard, il fatto positivista, il mistico di Bergson, la prassi marxiana, l’amor fati di Nietzche.

Marx tra questi epigoni ha due caratteristiche che lo distinguono : più degli altri ammette la fine della filosofia e dunque vede il suo pensiero come sismografo produttivo di congetture ed ipotesi e cane fedele della realtà nel suo sviluppo storico. E, contrariamente a Nietzche, vede questo agire del pensiero che si costituisce come prassi e cioè intersoggettivamente, pena l’annegamento della previsione nell’utopia.

 

 

 

 

 

 

 

Pubblicato il 9/3/2010 alle 17.51 nella rubrica Comunismo.

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