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Stuart MIll e la crisi del capitalismo

Claudio Napoleoni dice che Mill ripropone la tesi di Ricardo : l’aumento dei costi nella produzione agricola fa crescere il valore del salario reale di sussistenza e ciò abbassa il saggio del profitto. Mill però fa un’analisi particolareggiata di una situazione del genere. Egli la definisce stato stazionario nel quale, essendosi appunto annullato il profitto, tutto il prodotto sociale è consumato e l’accumulazione netta si riduce a zero, nel senso che la formazione di capitale risulta limitata ai soli rinnovi.

 

 

Mill fa coincidere lo stato stazionario con il conseguimento di un consumo sufficiente per tutti, per cui l’ulteriore accumulazione perderebbe ogni rilevanza ed in cui l’attività economica potrebbe cessare di essere la preoccupazione prevalente degli uomini, i quali nello stato stazionario conseguirebbero una condizione di libertà. Non c’è però in Mill alcuna dimostrazione del fatto che il tempo impiegato dal saggio del profitto per ridursi a zero coincida con il tempo occorrente a rendere superflua l’accumulazione dal punto di vista del soddisfacimento dei bisogni. Inoltre, anche ammesso che lo stato stazionario coincida con la saturazione dei bisogni, resta il fatto che il passaggio da una accumulazione netta positiva ad una accumulazione netta nulla non è un semplice episodio tecnico, ma coinvolge l’esistenza stessa del modo capitalistico di produzione ed anche tutto il complesso di rapporti sociali che caratterizzano quest’ultimo.

 

 

 

Pubblicato il 12/3/2010 alle 12.45 nella rubrica Comunismo.

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