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Loris Campetti : operai e voto

Il 69% degli operai francesi non è andato a votare, e c'è chi aggiunge: meno male, perché in molti avrebbero messo la croce sul Fronte nazionale di Le Pen. Il voto «proletario» e popolare delle banlieues aveva retto fino a qualche anno fa, quando ancora le cinture delle grandi città eleggevano sindaci comunisti. Il processo di disaffezione popolare verso la sinistra non è certo di oggi. E non è solo francese. In Italia è dagli anni Novanta che il voto operaio ha iniziato la trasmigrazione dalla sinistra alla Lega, elezione dopo elezione il fenomeno si è reso più evidente.
Sarà interessante il prossimo risultato elettorale in Piemonte: la «cittadella rossa» (ci si passi la semplificazione retrodatata), Torino, si estende fino alla prima cintura ma è sempre più accerchiata dalla Vandea dilagante in tutta la regione. Dilaga la Lega perché i suoi «valori» razzisti, rafforzati dagli egoismi classisti berlusconiani, fanno leva sulla paura e l'insicurezza sociale. Mors tua vita mea. A sinistra gli argini sul Po stanno cedendo, hanno cominciato a indebolirsi quando i lavoratori sono stati degradati a consumatori, al massimo a cittadini detentori di diritti civili ma non di quelli sociali. Le tute blu della Fiat e del suo indotto hanno perso di interesse agli occhi anche di quei partiti che sulla loro centralità avevano costruito le proprie fortune. Liberare Torino dalla Fiat, era il ritornello, riscoprire il terziario, persino il turismo - legato alla Sindone o al tartufo bianco di Alba poco importa.


Domani persino Bersani si è presenterà ai cancelli di Mirafiori, in quella fabbrica già simbolo del lavoro e dell'industria dove il Pci da solo aveva migliaia di iscritti mentre oggi, tra tutti i partiti di sinistra messi insieme di tessere se ne contano, a essere molto ottimisti, poche decine. Fra quegli eroici sopravvissuti, poi, molti finiranno nelle liste degli operai «esuberanti» di cui liberarsi. 2.500 solo a Mirafiori, secondo le indiscrezioni in parte verosimili di Repubblica, 5.000 in tutto il settore automobilistico. E parliamo soltanto dei dipendenti diretti, nell'indotto è in arrivo uno spaventoso tzunami. Che importa, c'è il Sacro Telo e - non se la prenda il nostro amico Carlin Petrini - ci sono il tartufo d'Alba e il cioccolato torinese. Ma per tre giorni, ne siamo certi, tutti metteranno al centro dei loro comizi l'occupazione che crolla (l'avranno scoperto dall'Istat, visto che non hanno più terminali nei posti di lavoro?). Almeno ci risparmino, da lunedì, la sorpresa e la preoccupazione per la fuga del voto operaio.
Marchionne non ha di questi problemi e naviga spedito verso il Nuovo mondo. È lì, in America, che sbarca la Fiat. Nella stiva Marchionne porta graziose Cinquecento, lussuose Lancia e sportive Alfa Romeo. Con l'acquisizione della Chrysler il Lingotto doveva portare tecnologia italiana negli Usa, ora si scopre che saremo noi a importarla - l'auto elettrica - dalla Chrysler, cioè dagli Usa. Il governo italiano prende atto, l'opposizione si dispiace. Ma l'oracolo ha detto che il mercato ripartirà alla grande e in Italia si costruirà il 50% di vetture in più, sia pure con 5.000 operai in meno. Se la profezia del futuro boom è miracolosa, non ci va l'indovino per spiegare la moltiplicazione della produttività. Il capitalismo ha scelto la sua strada per uscire dalla crisi: lavorare in pochi, lavorare come bestie.
Siccome alla politica interessano solo i risultati elettorali, sono inutili raccomandazioni e anatemi. Riparliamone dopo il voto.

Pubblicato il 4/4/2010 alle 9.43 nella rubrica Articoli.

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