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Francesco Piccioni : Moody's. Il debito Usa è già una mina vagante

«La crisi ci gira intorno», diceva qualche giorno fa il ministro Giulio Tremonti, con la faccia di chi teme sente arrivarsela alle spalle, mentre tutti ancora guardano il suo premier che ripete «stiamo messi meglio degli altri». Questa non è una crisi come le altre. E' iniziata da due anni e mezzo con la bollicina dei mutui subprime e nelle stanze di color che sanno si dice a denti stretti che ne dovranno passare almeno altri quattro. Per chi ci sarà arrivato vivo.
Ma è una strada così lunga che persino gli intoccabili stanno rischiando di andare in serie B. Accade che Moody's - una delle tre agenzie di rating che misurano (con metodi parecchio discutibili) sulla solvibilità del debito di paesi e società private - ha pubblicato ieri un report in cui, senza darlo per imminente, accenna al fatto che il debito inglese e soprattutto quello Usa potrebbero perdere la «tripla A» dell'affidabilità assoluta. Per evitarlo, la ricetta è quella sempre consigliata a paesi più piccoli e punibili, come la Grecia attuale: risanare i conti tagliando le spese.


Gli Usa, infatti, quest'anno spenderanno il 7% delle loro entrate solo per pagare gli interessi sul debito pubblico. Cifra che salirà all'11% nel 2013. Questo nel caso che ci sia almeno una ripresa ache moderata dell'economia; altrimenti potrebbe superare il 15 (a quel punto da perdita di una «A» sarebbe automatico). Ma nel 2012 - data-mito delle archeoprofezie - il tesoro Usa si troverà a dover rimborsare 2.000 miliardi di dollari ai sottoscrittori. Il metodo, normalmente, consiste nell'emettere nuovi titoli per sostituire quelli vecchi. Nello stesso periodo, però, andranno in scadenza altri 5.000 miliardi di obbligazioni emesse da stati o grandi società private.
Se ci trovassimo in una fase normale, cifre simili sarebbero molto rilevanti, ma forse reperibili sui mercati finanziari. Questi ultimi, però, si stanno solo ora riprendendo grazie, peraltro, a massicce iniezioni di denaro pubblico. Non si può escludere, dunque, che alcuni degli emittenti si possano trovare di fronte a una domanda inferiore alle necessità. Rompendosi perciò il collo.
Il caso Grecia esemplifica benissimo questo rischio. Il piccolo (economicamente) paese mediteraneo deve trovare a breve (tra obbligazioni in scadenza, deficit, interessi sul debito, ecc) almeno 55 miliardi di euro. «Poco», vien da dire, dopo aver visto gli altri numeri; ma è pur sempre il 20% del suo Pil.
In secondo luogo, i «tagli» che devono rimettere in sesto i bilanci pubblici dell'iperpotenza Usa «richiederanno un aggiustamento fiscale di magnitudine tale da mettere in tensione la coesione sociale» (Wall Street Journal). Se in Grecia questa tensione si manifesta in proteste e scontri di piazza, negli Usa assume altre forme: a Chicago le ruspe stanno procedendo alla demolizione di palazzi ormai disabitati e saccheggiati, in modo da ridurre di un terzo il territorio della città: per diminuire i costi di gestione e togliere un facile habitat a homeless e bande locali.
Anche gli Usa si trovano dunque davanti a un dilemma fin qui irrisolvibile: se tagliano la spesa pubblica troppo velocemente - come vorrebbero i manuali di liberismo applicato adottati dagli uffici studi delle rating agencies - rischiano di avviare una seconda recessione senza neppure attendere che sia finita la prima. Sono oltretutto gli stampatori della moneta di riserva dell'economia globale, e un crollo del dollaro innescherebbe un terremoto a catena sui mercati. Se invece mantengono attive troppo a lungo le misure di stimolo, fin qui rilasciate con generosità, potrebbero innescare un'inflazione galoppante che si trascinerebbe dietro un proporzionale rialzo dei tassi di interesse.
Il problema non riguarda solo loro. In quasi tutti i paesi - tranne forse la Cina, dove il «pubblico» mantiene un forte controllo sulle dinamiche di mercato - i fiumi di denaro pubblico fatti affluire alle casse delle banche per impedirne il fallimento sono rimasti nei loro forzieri. Anzi, vengono ora usati per alimentare di nuovo la «speculazione», tramite strumenti finanziari non operanti sui mercati controllati.
Insomma: si stano gonfiando altre «bolle» di debito. Ma, al momento dell'esplosione, nessuno avrà più il kit (la liquidità) per ripararle.

Pubblicato il 7/4/2010 alle 9.35 nella rubrica Comunismo.

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