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Schlick e la svolta della filosofia

 

Filosofia e Metafisica
Schlick si chiede se la filosofia abbia fatto progressi nel corso della sua storia ed, assieme a Kant, ritiene che essi non ci siano stati. Egli pensa che la logistica risolva la metafisica nel non-senso ed aggiunge che essenziale è stato il riconoscimento della natura formale della logica e del carattere formale della conoscenza. Per Schlick conoscibile è tutto quello che si può esprimere e questo coincide con ciò su cui si possono formulare quesiti sensati, dal momento che la nuova analisi filosofica ha messo in luce la sintassi logica. Schlick poi passa ad un punto di vista radicalmente empirista : la strada che porta alla soluzione di un problema sensato è la presenza di uno stato di cose determinato stabilita mediante osservazione o esperienza immediata. Egli, al pari di Carnap, dice che la filosofia, non essendo un sistema di proposizioni, non può essere una scienza, ma può essere solo un sistema di atti, l’attività mediante la quale si chiarisce il senso degli enunciati che vengono verificati dalla scienza. L’attività filosofica cioè avviene attraverso una stringa finita di definizioni, stringa che termina con una ostensione, un’esibizione concreta di ciò che s’intende (quindi mediante un’azione). L’errore della metafisica per Schlick sarebbe stato quello per cui il senso ed il contenuto effettivo degli enunciati fossero formulabili mediante altri enunciati e che perciò si potessero rappresentare sotto forma di conoscenze. L’aspirazione dei metafisici è sempre stata rivolta all’assurdo scopo di esprimere il contenuto qualitativo mediante asserti conoscitivi (ossia di provare a dire l’indicibile) : ma le qualità non si lasciano definire dalle parole, ma solo mostrare dall’esperienza.
 
Filosofia e scienza
Schlick dice che, se fino ad ora la filosofia è stata identificata con qualunque indagine scientifica puramente concettuale, la cosa è da imputare al fatto che la scienza si trovava ancora in uno stadio entro il quale il suo compito primario era ancora l’elucidazione dei propri concetti fondamentali. L’emancipazione delle singole scienze dalla loro matrice attesta che il senso di determinati concetti fondamentali era stato chiarito e si poteva procedere allo svolgimento di proficue ricerche, mentre ad es. la psicologia è ancora impegnata nello sforzo diretto a determinare il senso delle proprie proposizioni e dunque appare ancora come filosofica. Schlick aggiunge che, se all’interno stesso delle scienze più avanzate, emerge la necessità di riflettere di nuovo sul valore effettivo dei concetti basilari, provocando un ulteriore chiarificazione del proprio senso, questa viene subito intesa come un’analisi filosofica (è il caso dell’opera di Einstein). I progressi realmente decisivi della scienza sono basati su di una delucidazione del senso dei principi fondamentali e ciò rende il grande scienziato anche un grande filosofo. Schlick poi critica coloro che hanno cercato di definire la filosofia come attività ipotetica e probabilistica, quando invece è vero (come già dicevano nell’Antichità) che la filosofia è fondamento del sapere che però non consiste nello stabilire proposizioni. D’ora in poi (è questo l’auspicio di Schlick) vi saranno scontri di retroguardia ma, a poco a poco, il pubblico si rivolgerà altrove e non occorrerà parlare di problemi filosofici, in quanto si disputerà filosoficamente in maniera sensata di qualsivoglia problema.
 
L’assenza di consapevolezza storica
Schlick, dicendo che la filosofia non ha fatto progressi, si nasconde dietro Kant, ma soprattutto mostra scarso senso della storia. Quando ad es. riconosce alle filosofie passate un significato storico cade in contraddizione, dal momento che una filosofia che non abbia un significato effettivo come ne può avere uno storico (se non in senso puramente negativo) ? Inoltre riconoscendo alla filosofia il diritto di ricominciare daccapo, la espone al rischio di ripetere risultati già acquisiti spacciandoli per propri (è successo spesso nel campo della logica).
Il fatto che la filosofia non abbia fatto progressi nel corso della sua storia è in realtà una grossa inesattezza : L’Apeiròn di Anassimandro non è un progresso rispetto all’Acqua di Talete ? Ed il numero dei Pitagorici rispetto alla dialettica di Eraclito ? E l’essere del non-essere di Platone non lo è rispetto a Parmenide ? E la forma aristotelica rispetto al Demiurgo platonico ? E la logica proposizionale degli Stoici (la causalità) rispetto alla causa finale di Aristotele ? Ed Il nous di Plotino rispetto alla dialettica platonica delle Idee ? E la fede di Agostino non è l’apertura di nuove dimensioni ? E la prova ontologica di Anselmo non è una nuova sfida, che verrà raccolta dal Razionalismo e dall’Idealismo ? E il Cogito non riprende con più rigore le intuizioni di Socrate e Agostino ? E Hume con la sua critica alla causalità non mette un punto fermo ? E Leibniz con i mondi possibili ? E Spinoza non mette definitivamente fuori gioco la causa finale di Aristotele ? E Fichte non apre al rapporto tra etica ed ontologia ? E Schelling tra arte e filosofia ? Ed Hegel non riprende in una sintesi originale molti di questi progressi ? E Nietzche e Kierkegaard non aprono invece alla dimensione esistenziale, intuita da Agostino e Pascal ?
Anche quando Schlick dice che la logistica ha risolto la metafisica nel non senso, non si accorge che la logistica (con le antinomie soprattutto) ha riproposto con un linguaggio formalmente più rigoroso le aporie della dialettica e della metafisica.
 
La filosofia come attività
 
Schlick inoltre non spiega se il carattere formale della conoscenza implichi che l’unica forma di conoscenza sia la conoscenza logica (vista la sua natura formale), né spiega cosa intenda per “esprimibile” e “sensato”, né come ci si accorge che un certo contenuto sia stato o meno espresso. Cosa si intende per sintassi logica ? Che rapporto c’è con la logica comunemente conosciuta ? O con la grammatica delle lingue storicamente note ? Quale rapporto ci può essere tra l’empiria ed il contenuto formale della conoscenza ? Perché Schlick non problematizza tali questioni ? Perché esclude (nonostante il Razionalismo e l’Idealismo) che la filosofia possa essere un sistema di proposizioni ? E perché la conoscenza si deve esprimere per forza in un sistema di proposizioni ? Gli atti che contraddistinguono al filosofia sono atti linguistici (comunicativi) ? E se lo sono, hanno un contenuto ? E tale contenuto ha implicazioni conoscitive (presuppone delle conoscenze) ?
Schlick non tiene conto del fatto che il chiarimento del senso degli enunciati è un’attività conoscitiva ed avviene con altri enunciati. Egli non precisa come e quando avvenga l’ostensione e quale tipo di proposizioni sia più vicino all’ostensione. Mentre per lui sono le proposizioni di tipo empirico quelle più prossime all’ostensione, per Plotino lo sono quella della metafisica e Schlick non ci dice quale possa essere il criterio per dirci chi abbia ragione.
 
Metafisica nelle scienze ?
 
Schlick, con il suo riferimento validativo all’ostensione, non fa che riprendere Wittgenstein cercando di toglierne l’allusione mistica. La sua concezione della filosofia come prologo alla scienza e dello scienziato che riflette filosoficamente nei momenti di crisi della sua disciplina ricorda il Kuhn della distinzione tra scienza ordinaria e scienza straordinaria. La filosofia da contenuto diventa forma, da linguaggio oggetto a metalinguaggio. Egli però non tiene conto del fatto che la riflessione filosofica in tempi di crisi non viene fatta seguendo un metodo prestabilito (Feyerabend), per cui al suo interno può ricomparire la metafisica (si veda l’Einstein razionalista che si sforza di correggere la meccanica quantistica con l’EPR-paradox), Da ciò si può derivare la convinzione che la metafisica può ancora svolgere una funzione nel mondo della scienza.
 

Pubblicato il 18/5/2010 alle 0.51 nella rubrica Epistemologia.

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