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Schlick e la possibilità di altre logiche

Conoscenza valida e giudizi analitici

 

Schlick dice che, già esplorando l’essenza della conoscenza, si sa anche cos’è conoscenza valida giacché una conoscenza che non fosse valida non sarebbe una conoscenza ma un errore.

Schlick poi si chiede se le conoscenze a cui si può arrivare sono quelle certe o solo quelle probabili e se le conoscenze valgano in assoluto o solo per noi esseri umani.

Egli poi dice che di un oggetto un giudizio analitico asserisce solo ciò che fa parte della definizione dell’oggetto e dunque tale giudizio semplicemente coordina all’oggetto quel segno stabilito per convenzione ed opera una coordinazione univoca per cui il giudizio risulta assolutamente vero.

Schlick aggiunge che “i giudizi analitici sono validi in assoluto” è esso stesso un giudizio analitico.

Il fatto che i giudizi analitici possano avere per oggetto cose reali e non solo concetti, non è da mettere in dubbio. Infatti la proposizione kantiana, per la quale i giudizi analitici riguardano solo concetti, mentre i giudizi sintetici riguardano gli oggetti, dice qualcosa di giusto ma che può essere frainteso. Se infatti nel concetto di “corpo” assumo la proprietà dell’estensione, allora la proposizione “i corpi sono estesi” pretende di valere per tutti i corpi reali ed è ad essi applicabile, non avendo per oggetto soltanto un concetto. Ciò al contrario di un giudizio puramente logico come “Con l’aumentare del contenuto, l’estensione di un concetto diminuisce”.

Dunque, conclude Schlick, vi sono anche proposizioni sul reale alle quali spetta assoluta validità in quanto sono analitiche.

 

 

Validità ed evidenza delle leggi logiche : John Stuart Mill

 

Schlick ha aggiunto poi che la situazione per cui è possibile avere giudizi analitici sulla realtà da un lato ha indotto i metafisici a concludere che l’essere ed il pensiero sono equivalenti, dal momento che anche le cose reali obbediscono al principio di identità e di non contraddizione. D’altro canto ha indotto gli scettici a pensare che la realtà non è costretta ad obbedire al PDNC, che sarebbe solo una legge del pensiero, mentre il pensiero di altri esseri potrebbe obbedire a tutt’altre leggi, per cui la pretesa realistica dei giudizi analitici sarebbe infondata.

Seppure tali logiche alternative fossero inconcepibili, ciò non implica la loro impossibilità secondo J. S. Mill, dal momento che l’inconcepibilità non obbliga la realtà stessa a sottomettersi al nostro pensiero. Così come ci sono geometrie non euclidee, potrebbero esserci logiche non aristoteliche, dove le proposizioni analitiche non sarebbero valide.

Schlick a tal proposito osserva che Mill combatte giustamente la dottrina dell’evidenza di Spencer, ma sbaglia nel mirare anche alla validità dei giudizi analitici. Il groviglio per Schlick è causato dalla sovrapposizione del concetto di evidenza al concetto di validità. Schlick fa l’esempio della proposizione “L’accaduto non può essere reso non-accaduto” che è un giudizio analitico assolutamente valido e conseguente solo dal PDNC.

Schlick si domanda se ha senso che lo scettico metta in dubbio la correttezza della proposizione o che il teologo si ponga la domanda se nemmeno Dio che è onnipotente possa rendere non-avvenuto ciò che è stato. Schlick risponde che non ha senso, perché così si tratta erroneamente il suddetto giudizio come una conoscenza ulteriore rispetto all’accaduto e chiedersi se il primo possa esser falso quando il secondo è invece vero. È evidente però che i due giudizi dicono la stessa cosa, sono identici nel senso e differiscono solo nella forma. Chi i concetti di “accaduto” e “non-accaduto” li vuole applicare ad un solo e medesimo evento non fa che modificare il senso delle parole ed intendere per verità qualcosa d’altro rispetto alla univocità di designazione.

Schlick dice poi che tutti questi giudizi in nessun caso asseriscono qualcosa sul comportamento della realtà. Essi regolano solo la nostra designazione del reale.

Il principio d’identità, quello di non contraddizione e quello del terzo escluso sono proposizioni che si riferiscono alla coordinazione dei concetti alla realtà ed è per questo che essi valgono necessariamente per ciò che riguarda la realtà.

Il principio di non contraddizione significa solo la regola per l’uso delle parole “non”, “nessuno” nella designazione del reale. Esso cioè definisce la negazione.

Ciò che contraddice il PDNC si dice impensabile e l’impensabile è allora in effetti semplicemente ed assolutamente impossibile. Ma in questo non c’è alcuna violenza che il pensiero farebbe alla realtà, in quanto l’impossibilità non significa un comportamento dell’essere, ma si riferisce alla designazione dell’essere mediante concetti e quindi concerne il rapporto del pensiero con l’essere.

 

 

Impensabilità e irrappresentabilità

 

Schlick aggiunge che affermare che ciò che sarebbe impossibile per il pensiero, potrebbe benissimo essere possibile per la realtà, sarebbe un confondere l’impensabilità con l’irrappresentabilità.

Invece il rappresentare il flusso di configurazioni psichiche intuitive è un processo reale per cui rappresentabilità e realtà non coincidono. Pensare però vuol dire coordinare concetti ad oggetti reali. Impossibilità per il pensiero vuol dire impossibilità ad effettuare certe coordinazioni e tale impossibilità dipende solo dalle regole di coordinazione convenute, a cui non arriviamo mediante esperienza, ma mediante stipulazione.

L’impossibilità di dichiarare irreali la coscienza e le sensazioni è tale semplicemente perché il concetto di esistenza reale è stato ricavato proprio da questi oggetti. Tale concetto serve alla loro designazione non in virtù di qualsiasi conoscenza, bensì in forza del suo significato, del significato da noi creato per il termine “reale”.

E’ il vecchio errore cartesiano di concepire proposizioni esistenziali come conoscenze, mentre sono semplici giudizi analitici e definizioni mascherate.

 

 

Logiche non aristoteliche

 

Schlick poi dice che queste sinora addotte sono le ragioni per cui le proposizioni della logica pura debbono valere con incontestabile certezza per le cose reali. Tale circostanza non ha nulla di prodigioso ed è perciò fuorviante parlare di logiche non aristoteliche, giacché queste solo apparentemente differirebbero dalla logica standard. Infatti si può immaginare di costruire un sistema di assiomi logici in cui non ci siano ad es. non-contraddizione  e terzo escluso.

In tale  logica ci sarebbero giudizi né veri né falsi, oppure veri e falsi ad un tempo. Ma un attento esame delle proposizioni di questa nuova logica mostrerebbe che essa opera solo uno spostamento di significato dei termini logici che ci sono noti. I termini “vero”, “falso”, “non”, “tutti”, “nessuno” non avrebbero più il loro vecchio senso. Tuttavia sarebbe sempre possibile trovare combinazioni di termini a cui compete lo stesso significato che prima possedevano quei termini usuali. Se introduciamo di nuovo questi ultimi, veniamo ricondotti alla vecchia logica e riconosciamo la nuova come la vecchia logica aristotelica in forma diversa. Ciò è dovuto al fatto che la logica, priva della sua veste psicologica, non contiene altro che ciò che riguarda la designazione univoca degli oggetti e cioè la loro determinazione. I diversi sistemi logici divergenti apparentemente l’uno dall’latro, hanno sempre il medesimo senso.

Schlick dice che Zilsel che perseguiva l’idea di logiche non aristoteliche diceva che il razionale è la coerenza intrinseca, la forma più pura di tutte che sta al di sopra di tutte le logiche. Schlick osserva a tal proposito che le regole della logica formale aristotelica rappresentano già in maniera pura ciò che è comune a tutte le logiche ed esprimono da sole le regole della determinazione in generale. Perciò non è lecito usare “logiche” al plurale perché ciò che differisce tra diverse logiche è solo qualcosa di psicologico o di linguistico.

 

 

Giudizi analitici e stupore filosofico

 

Schlick poi dice che da sempre ha suscitato stupore che il nostro pensiero riesca a penetrare la natura e che certe inferenze revisionali vengano confermate dagli eventi. Sembrerebbe proprio un’armonia prestabilita tra pensiero ed essere. Tuttavia, dice Schlick, tale meraviglia è giustificata solo in parte in quanto si dice che la deduzione possiede assoluta validità per le cose reali in quanto essa è un procedimento analitico, si vuole dire solo che, se le premesse sono in accordo con la realtà, allora con tutta certezza, anche la conclusione (il risultato dell’analisi) è in pieno accordo con il reale comportamento delle cose.

Ciò che è degno di meraviglia è come noi veniamo in possesso di premesse che designano con assoluta univocità i fatti del mondo esterno. C’è senz’altro da dubitare che si sia mai in possesso di proposizioni valide di tal genere. Ma chi crede nella bontà delle premesse non può sorprendersi della validità delle conclusioni, che non aggiungono niente alle premesse stesse. Se qualcuno ritiene per certo che le leggi della gravitazione descrivano correttamente il comportamento dei corpi celesti, per lui è ovvio che i calcoli basati su quelle leggi vengono confermati dall’osservazione.

Schlick dice poi che il fatto che la meraviglia filosofica si concentra sul punto sbagliato, si spiega con il fatto che il risultato di una deduzione spesso non permette più di riconoscere le premesse da cui la deduzione è partita. Egli aggiunge che le deduzioni si ottengono alla combinazione di giudizi ed i giudizi sono segni per dei fatti, per relazioni tra oggetti. La combinazione di tali segni di relazione ottiene un risultato sempre più semplice della totalità dei segni combinati. Quindi, dice Schlick, la situazione è diversa nel caso dei concetti e dei segni di oggetti, giacché dalla combinazione di concetti risultano configurazione più complicate. Ad es. un gran  numero di lettere non darà mai luogo ad una parola semplice, né molte sensazioni danno luogo ad una percezione semplice.

Invece la combinazione di giudizi porta sempre ad una semplificazione in quanto gli elementi ad essi comuni si elidono. Infatti (continua Schlick) i giudizi sono combinabili solo se contengono termini comuni che vengono eliminati dal processo di inferenza. Così da numerose premesse si può derivare una conclusione e complicate operazioni di calcolo possono condurre ad una formula semplice. Lo si può vedere con la massima chiarezza dalle procedure algebriche che sono simboli abbreviati per certi processi sillogistici. L’intera analisi matematica è nient’altro che una combinazione di equazioni nella quale certe parti comuni si elidono con il che si ottengono nuovi risultati semplici che sono interamente contenuti nelle premesse iniziali. Ma ciò, come è stato detto, “solo implicitamente” e per questo può sorgere l’illusione che ci sia bisogno di un ponte specifico tra premesse e risultato, un ponte presente nei pensieri, ma assente nel mondo esterno, come se il risultato ottenuto deduttivamente non ritrovasse riscontro nel mondo reale.

Schlick aggiunge che, se però, nelle conclusioni a cui giunge deduttivamente il nostro pensiero, i singoli giudizi che fanno da premesse fossero ancora riconoscibili come le lettere in una parola scritta o i singoli suoni in una melodia,  allora non  ci sarebbe alcuno stupore.

 

 

 

 

  

 L’analitico è sintetico ?

 

In primo luogo Schlick non si rende conto che errore non è contrapposto a conoscenza : una conoscenza non valida è una credenza non giustificata ma non necessariamente falsa.

Inoltre una definizione non costituisce un semplice segno  che si possa convenzionalmente appioppare ad un oggetto. La definizione individua alcuni attributi di un oggetto che sono essenziali nel momento in cui ci si riferisce ad esso, ed il fatto che gli attributi rientrino nella definizione non è una conoscenza analitica, né una semplice stipulazione, ma una questione spesso aporetica.

Un’altra questione è se “non esistono giudizi sintetici apriori” sia una proposizione sintetica (non esistono …) o una proposizione analitica (data la definizione di “ giudizi sintetici apriori ”). Comunque la tesi tautologica sarebbe costretta ad abbracciare un approccio kantiano (e quindi trascendentale e sintetico) in quanto dovrebbe poter dire “qualsiasi proposizione che mi verrebbe dinanzi io la valuterei sempre analitica apriori oppure sintetica a posteriori”.

 A proposito dei giudizi analitici, Schlick fa poi confusione perché prima mette insieme una proposizione in linguaggio-oggetto (“i corpi sono estesi”) e poi una proposizione in meta-linguaggio (“l’estensione di un concetto diminuisce all’aumento di articolazione del suo contenuto”; a tal proposito si veda il rapporto tra sinn e denotatum, dove alla maggiore precisione e complessità del primo, corrisponde la tendenza all’unicità del secondo). Schlick poi considera la prima proposizione analitica su oggetti reali e la seconda proposizione analitica su concetti. Egli però non tiene conto del fatto che anche la prima può essere tradotta metalinguisticamente in una proposizione analoga alla seconda : “il concetto di corpo è  incluso nel concetto di estensione”.

Schlick inoltre cerca di vanificare la discussione sulle verità logiche dicendo che esse non portano nuova conoscenza. Egli però deve chiarire in che senso siano vere delle proposizioni che non incrementano la nostra conoscenza. Sembra che retoricamente i neopositivisti vogliano salvare le verità logiche da una possibile critica nascondendole dietro la veste umile dell’ovvio e del banale. Ma se non fossero in realtà né ovvie e né banali ?

Poi dire che (p implica p) non aggiunge niente a (p) è giusto, ma dire che entrambi dicano la stessa cosa è sbagliato. È ben vero che {[p et (p implica p)] implica p}. Ma questa formula non vuol dire [(p implica p) implica p], per cui il senso di (p) è diverso da quello di (p implica p). Inoltre (p implica p) non ha lo stesso livello semantico di (p) : quest’ultimo significa un che di specifico volta per volta ed è vero o falso a seconda del suo specifico contenuto. Invece (p implica p) dice che “per tutti i valori di (p), (p implica p)” e perciò il suo contenuto specifico è proprio l’universale che vuole descrivere una struttura ontologica universale cui solo la retorica epistemica può pensare, circoscrivendola al linguaggio, di farne perdere la sua pretesa universalistica.

 

 

Regole di designazione e  regole di deduzione

 

Schlick poi quando dice che chi nega le verità analitiche modifica il senso delle parole non fa altro che ribadire la fede nelle verità logiche che il suo ipotetico avversario contesta. Quest’ultimo appunto contesta che, fermo il senso delle parole, le cosiddette verità analitiche siano necessariamente vere. Ma qui non si nega il senso delle parole : si negano le regole di deduzione. Si nega il fatto che qualcosa debba restare fermo.

Quanto alle regole di deduzione (che Schlick ricollega all’univocità di designazione) vanno fatte le seguenti osservazioni :

  1. Il rapporto del pensiero con l’essere (del segno con il designato) non rientra comunque nell’essere (il segno a sua volta non rientra anch’esso nel designabile) ? E perché le regole di designazione devono essere quelle della logica tradizionale ?
  2. Le regole che riguardano la designazione della realtà non riguardano anche la nostra designazione della realtà ? E se sì, perché la nostra rappresentazione della realtà deve essere in un certo modo e non in un altro ?
  3. Perché ciò che viola le regole di designazione, oltre ad essere impensabile deve essere anche impossibile ? Allora le regole di designazione del reale sono anche regole sulla struttura del reale ? E perché è ora Schlick a mutare il senso del termine “impossibile”, negando che esso si riferisca alla realtà ?

Schlick inoltre fa ancora confusione quando distingue possibilità da rappresentabilità, ma da tale distinzione fa derivare la riduzione dell’impossibilità ad inconcepibilità. Ma questa è un’inferenza per nulla cogente : per fare questa operazione egli arbitrariamente inventa un doppio senso del termine “inconcepibilità” e cioè inconcepibilità intesa come irrappresentabilità e inconcepibilità intesa come impossibilità. Tale distinzione, guarda caso, non era stata fatta nella critica a Spencer. Schlick poi, mentre considera la rappresentazione un processo reale, dice che invece le regole di designazione del pensiero sono stipulate, per cui trasgredire ad esse è semplice nonsenso. Egli però non ci dice chi abbia operato questa stipula e perché questo fantomatico contratto vada rispettato. Ovviamente una risposta a questa domanda rimetterebbe in gioco la dimensione pratica con tutti i fattori di tipo storico od antropologico ad essa collegati. Ma il vincolo non si può, alla luce di quest’analisi, porre a livello teoretico.

Infine egli per quanto riguarda le regole di designazione si rifà ad una storia presunta che ovviamente non può essere un vincolo per nessuno tranne per chi già è persuaso. Il tutto senza contare che pure chi critica la logica aristotelica può benissimo accettare le modalità di attribuzione di senso ma contestare le regole di deduzione.

Vanno fatte a tal proposito anche altre considerazioni. In primo luogo non si capisce assolutamente perché da un lato la logica riguarda le regole convenzionalmente stipulate dalla designazione, mentre dall’altro lato Schlick insiste sulla loro validità in riferimento alle cose reali. In secondo luogo non si capisce perché Schlick continuamente confonda il livello semantico del significato ed il livello sintattico delle regole di deduzione. Può essere che, seguendo il formalismo hilbertiano per lui tra livello semantico e livello sintattico non ci sia differenza, ma questo nel senso che i segni non hanno un significato indipendente dal rapporto con altri segni, per cui il fatto che si tratti di significati diversi dei termini usati non vuol dire altro che la diversità della struttura formale e/o delle regole sintattiche del sistema di riferimento. Per cui la differenza dell’uso dei termini non significa sostanziale equivalenza delle logiche, ma una strutturale diversità delle stesse. In terzo luogo può anche essere che, dal punto di vista formalistico, come il significato di “retta” non sia riducibile né a quello della G-euclidea né a quello della G-non euclidea, così allo stesso modo il significato di “non” non sia in realtà né quello della logica aristotelica né quella della logica non-aristotelica.

In quarto ed ultimo luogo è possibile che tra diverse logiche ci sia una reciproca traducibilità, ma ciò non implica che esse abbiano lo stesso sinn, oppure che esse portino alla medesima rappresentazione del mondo.

 

 

Il paradosso del dialetto ed il rapporto tra premesse e conclusioni

 

A proposito della pluralità di logiche, Schlick cade nella trappola del dialetto (o del linguaggio primario) : date diverse lingue con diverse regole grammaticali e sintattiche, Schlick dal fatto che queste grammatiche sono scritte nel suo dialetto (essendo state scritte per gli alunni del suo paese) deduce che la sua lingua è superiore a tutte le altre perché descrive le grammatiche di tutte le altre lingue. Schlick deduce pure che le differenze tra grammatiche sono irrilevanti, altrimenti non sarebbe possibile scrivere grammatiche di altre lingue nel suo dialetto. Questo errore di prospettiva è molto frequente. Il fatto è che, se la traducibilità reciproca delle logiche presuppone regole comuni alle logiche stesse, queste regole non sono quelle proprie delle singole logiche (ad es. il pdnc) ma vanno indagate più in profondità. Anche se Einstein era certo delle leggi da lui individuate, pur tuttavia il problema sta proprio nell’individuazione delle leggi (cioè nella determinazione delle premesse). Ma anche la deduzione delle conclusioni dalla premesse potrebbe essere problematizzata : perché ad es. “Socrate è mortale” deriva certamente da “Tutti gli uomini sono mortali” e “Socrate è un uomo” ? 

 

Quanto al ragionamento fatto da Schlick sulle combinazioni di giudizi e di relazioni, va detto che le tesi di Schlick sono interessanti, ma andrebbero verificate nel dettaglio. Si può anticipare che, mentre le combinazioni di concetti sono analoghe a somme o prodotti, le combinazioni di giudizi sono analoghe a divisioni.

 

 

Mentre invece ci si può domandare perché secondo Schlick i risultati delle deduzioni sono contenuti nelle premesse solo implicitamente e perché l’esplicitazione di essi non può essere considerata un implementazione di conoscenza. Infatti le conclusioni logiche quanto meno sembrano essere diverse dalle premesse e questo Schlick non riesce a spiegarlo.

 

 

 

 

 

Pubblicato il 8/9/2010 alle 14.52 nella rubrica Epistemologia.

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