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Schlick e le categorie kantiane

La mediazione (necessaria ?) del pensiero

 

Nella concezione kantiana, secondo Schlick, c’è l’errore di confondere l’involucro concettuale per la realtà stessa, ricadendo nel concetto di conoscenza come intuizione che ha con l’oggetto un rapporto intimo. Per Natorp nelle rappresentazioni ci sono già conoscenze primitive e dunque nemmeno a questo livello il mondo ci è dato in maniera immediata.

Per Schlick il fatto che il reale viene conosciuto attraverso la mediazione induce i neokantiani a pensare che il reale sia la mediazione stessa. Ad es. Gerland, negando che il contenuto della scienza possa essere una finzione, finisce per considerarlo il processo stesso della realizzazione del reale, ma Schlick dice che, poiché la scienza è un sistema di segni, non c’è niente che si possa obiettare al loro essere finzioni.

I neokantiani contestano che si confonde tra mondo ed immagine di esso : per “fatti reali” non è possibile intendere altro che determinazioni di pensiero e quindi essi non potrebbero essere pensati come qualcosa che sta di fronte al pensiero. Dunque pensare non vuole dire altro che porre che qualcosa è. A tal proposito Schlick osserva che è vero che nessun giudizio può dare l’essenza del designato (kantismo), ma da ciò il neokantismo fa derivare che è il pensiero a determinare l’essere e che il giudizio attenga solo al pensiero.

Rickert dice che, per sapere cosa è, si deve aver già giudicato che esso è, e di conseguenza il pensiero è primo in ogni caso è perciò non può essere il pensiero a conformarsi all’essere, ma ciò che è viene determinato dal giudizio. L’esistenza effettiva di un rosso che mi vedo davanti verrebbe garantita dall’essere costretto a non poter giudicare altrimenti se non che esso è. La necessità trascendentale del giudizio decide sull’essere, in quanto quest’ultimo viene assicurato solo dalla necessità del giudicare. Schlick obietta che l’illazione di Rickert è del tutto fallace perché si basa su di un’equivocazione della parola “sapere”. Questa parola può designare un avere esperienza (consapevolezza) di qualcosa o può essere un sapere su qualcosa (un conoscere). Solo in questo secondo senso il sapere presuppone un giudicare e dunque un pensiero. Nel primo senso invece (dice Schlick) il sapere è un dato assoluto di coscienza, un fatto che riposa su se stesso. Nei vissuti intuitivi, nei dati immediati di coscienza troviamo i fatti puri sempre che anche la sensazione venga considerata pensiero, nel qual caso la discussione è inutile.

Schlick dice che, per il neokantiano idealista, nulla di contenutistico distingue la percezione dalla determinazione di pensiero, perché qualunque cosa noi volessimo asserire essere il contenuto di una data percezione, sarebbe perciò stesso contenuto di un asserzione e quindi necessariamente una determinazione di pensiero. Ma, obietta Schlick, ciò che è asserito in un giudizio non è contenuto nel giudizio come se la conoscenza afferrasse il reale e lo accogliesse dentro di se, ma è solo coordinato al giudizio. L’asserzione presa per se stessa, indipendentemente da ciò che designa, non ha contenuto ma è solo vuoto rumore. Una sensazione di rosso è semplicemente un fatto dato ; se però enuncio il giudizio “questo è rosso”, ciò naturalmente presuppone già un atto conoscitivo, perché occorre che il colore esperito sia riconosciuto come appartenente alla classe delle sfumature di colore designate con la parola “rosso”. Il giudizio quindi può intervenire sempre solo dopo che al fatto originario della sensazione siano venuti a connettersi ulteriori vissuti. Perciò conclude Schlick non è lecito attribuire al pensiero una parte già al formarsi della sensazione. La sensazione viene presentata dai neokantiani come un mero qualcosa che, prima del pensiero, non è nulla di determinato. Schlick obietta che da tale definizione non è possibile derivare che non vi sarebbe alcuna determinatezza senza il pensiero e prima del pensiero. I fatti sono stabiliti anche senza portarli in concetti. Chi ritiene che per “determinazione”si intende determinazione mediante concetti, presuppone ciò che va dimostrato e trasferisce quello di cui facciamo uso per la descrizione e formulazione di uno stato di fatto nello stato di fatto stesso. Tutte le dimostrazioni del fatto che nessuna determinazione sarebbe divenuta tale se non mediante il pensiero, si muovono per Schlick in un circolo vizioso.

 

 

Categorie e relazioni

 

Schlick poi passa ad esaminare la teoria kantiana delle categorie che dovrebbero dare una configurazione al materiale dato nell’intuizione (il molteplice dell’intuizione) che va integrato nell’unità della coscienza. Tra intuizione e l’intelletto c’è l’immaginazione che crea la sintesi del molteplice senza però offrire una conoscenza che si realizzerebbe solo con l’intelletto che darebbe unità alla sintesi con i suoi concetti puri. Ma, si chiede Schlick, le relazioni su cui si basa il conoscere sono già incontrate nel materiale dato o sono solo istituite nel giudizio? La relazione è  presente anche senza il concetto o è meramente contenuta in esso ?

Schlick dice che bisogna effettuare una distinzione tra specie diverse di relazioni :

1.      Il rapporto spaziale è dato e contenuto come il colore della pelle della mano. I colori stessi hanno inerente un’intensità ma anche rapporti spaziali e dunque questi ci sono prima del pensiero.

2.      Ciò vale anche per le relazioni temporali (durata, simultaneità, successione). Il rapporto temporale viene appercepito e solo dopo viene il giudizio. Tra un ritmo in ¾ e un ritmo in 6/8 sussiste per l’esperire una differenza immediata di qualità gestaltiche. La temporalità ha di particolare che non è legata a determinati domini sensoriali (ad es. la vista) e si trova in tutti i vissuti. Quindi mentre i rapporti spaziali sono percepiti direttamente, non è così per i rapporti temporali, tanto che il concetto di “percezione interna” va respinto come inutilizzabile. Non esiste alcun organo deputato alla percezione del tempo, né di alcun atto mediatore a tale fine. La temporalità è una proprietà generale di tutti i contenuti di coscienza che viene semplicemente esperita.

3.      Ci sono poi altre relazioni che, come quelle temporali, non sono percepite per mezzo di qualche organo di senso, ma al tempo stesso non sono nemmeno immediatamente esperite come le prime due. Ad es. le relazioni di somiglianza e diversità che non sono presenti come un colore o una relazione spaziale.

 

 

Le categorie kantiane : un’analisi

 

Schlick dice che nella tavola delle categorie si può inserire la diversità (assimilabile alla negazione) ma non la similarità o l’eguaglianza. Egli aggiunge che una casa la posso trattare come unico oggetto o come insieme di mattoni, e quindi a seconda dei propositi si può coordinare allo stesso oggetto il concetto di unità e quello di pluralità. Allo stesso modo si può percepire direttamente una successione, ma non un rapporto di causalità, una giustapposizione di proprietà, ma dunque non una sostanza. Schlick si chiede se il terzo tipo (3) di relazioni suddette possono essere assimilate alle categorie di Kant, cioè a dei collegamenti stabiliti dai giudizi e per mezzo dei quali il reale riceve la sua forma.

Per Kant, aggiunge Schlick, collegamento significa sintesi di un molteplice in un’unità. Tale sintesi è possibile grazie al fatto che gli elementi intuitivi sono dati ad un solo e medesimo Io, l’unità sintetica di appercezione (l’unità di coscienza). La costituzione e la conoscenza dell’oggetto sono rese possibili dall’unità di coscienza attraverso la funzione logica dei giudizi e delle categorie per cui il molteplice in un’intuizione data sottostà alle categorie ed è così soddisfatto il presupposto per il quale sono possibili giudizi sintetici apriori sulla realtà. Schlick a tal proposito obietta che, se l’appello all’unità di coscienza salva i giudizi analitici dalla scepsi radicale, non può salvare anche i giudizi sintetici di realtà. Schlick aggiunge che, nell’affermazione per cui ogni unificazione nella coscienza avverrebbe mediante determinate funzioni logiche dell’intelletto, è già celata la presupposizione che si è in possesso di giudizi sintetici apriori. Kant faceva esplicitamente tale presupposizione e voleva solo dimostrare questa possibilità a partire dall’esperienza scientifica. Il fatto che non vi sarebbe altro collegamento che attraverso l’intelletto, per Kant è dimostrato dal fatto che il collegamento è un atto della spontaneità del potere di rappresentazione. Schlick obietta che parlare di spontaneità e ricettività ha senso più nell’accezione pratica legata ai processi volizionali, ma è problematico applicarla alla situazione gnoseologica. Infatti il mondo del dato è un flusso continuo in cui la distinzione tra passivamente recepito ed attivamente apportato non ha all’inizio alcun senso e diventa possibile solo ad un livello specifico di considerazione ed interpretazione. Schlick nega pure che le relazioni di tipo (3) siano create dall’atto di giudizio. La differenza tra relazioni (1-2) e relazioni (3) è che queste ultime non vengono concepite come qualcosa di altrettanto oggettivamente presente come le prime, ma ciò non implica un giudizio metafisico sul loro carattere soggettivo o reale. Schlick a questo punto ipotizza che tali giudizi di relazione possono benissimo designare fatti, solo che si tratta di fatti di tipo soggettivo e cioè processi psichici riguardo ai quali può essere incerto se ad essi corrispondano fatti oggettivi. La similarità tra Cesare e Napoleone è più umbratile di quelle due stesse persone e del loro succedersi nel tempo. Tuttavia il vissuto in cui viene constatata la relazione è realmente presente nella coscienza. Il comparire del vissuto di similarità è un fatto che viene incontrato come un qualsiasi altro fatto e può essere designato mediante un giudizio che è susseguente al fatto.

Tali vissuti di relazione compaiono solo in connessione con altri contenuti di coscienza e non si presentano isolati. Ma una volta che ci sono, essi non devono il loro esserci ad un pensiero. Stumpf a tal proposito dice che i rapporti tra fenomeni sono percepiti con essi ed in essi. I processi psichici che hanno come risultato il darsi della relazione alla coscienza non sono designabili come pensiero, ma sono più che altro processi di associazione. Quando sono dati “due dati di coscienza”, i processi che istituiscono una relazione tra essi possono prodursi in una certa forma o nell’altra a seconda di circostanze accidentali e proprio per questo tali processi di coscienza non possono fondare la validità di giudizi sintetici a priori. Ciò in quanto si tratta di processi mutevoli per natura che non possono costituire l’unità di coscienza.

 

 

Le categorie kantiane : una reinterpretazione

 

Schlick a tal proposito cerca di reinterpretare le categorie kantiane e dice che :

 

 

 

 

 Categorie e giudizio

 

Schlick conclude che la relazione con cui abbiamo a che fare in ogni giudizio non può dirsi prodotta dal giudizio stesso, ma precede logicamente e psicologicamente il giudizio. Le relazioni non sono forme del pensiero, ma sono forme del dato ed in questo concordano con la spazio-temporalità delle nostre intuizioni.

Il neokantiano Munch conviene che sono date certe forme di coordinazione, ma nega che esse siano categorie. Schlick obietta che, a tal punto, non c’è bisogno di categorie, dal momento che pensare non si risolve in diverse funzioni logiche, ma in una sola : coordinare. Infatti il coordinare due oggetti fra loro (rapportarli) è un atto fondamentale della coscienza, qualcosa di ultimo e di semplice, intuito anche da Dedekind.

Nel pensare, dice Schlick, non c’è altra correlazione che la coordinazione (il rapportare). Le rimanenti relazioni sono oggetti. Dunque non vi sono due specie diverse di giudizi. Ogni giudizio è categorico o si lascia tradurre in un giudizio categorico. Lo abbiamo già visto per i giudizi problematici e apodittici. Ma ciò vale anche per gli altri :

  

 

 Il problema semantico e l’errore dei neokantiani

 

La concezione dei concetti come puri segni e l’eliminazione della dimensione semantica rendono la tesi di Schlick angusta e manchevole. Storicamente le convenzioni stipulative non sono mai state del tutto arbitrarie, ma hanno sempre presupposto un sostrato semantico preesistente. Schlick, dicendo che tra pensiero e realtà c’è un rapporto del tutto contingente non tiene conto del fatto che già il significato è un riferimento oggettivo del segno (altrimenti non sarebbero possibili nemmeno le verità logiche che non sembrano ancorate alla realtà esterna)

Schlick ha però ragione a dire che il carattere imperfetto attiene alla cognizione della cosa, ma non alla cosa stessa. Egli aggiunge che il fatto che la conoscenza consista di una mediazione non implica che l’oggetto di tale conoscenza consista anch’esso della mediazione conoscitiva. I neokantiani già erroneamente presuppongono che l’oggetto si riduca a ciò che sappiamo di esso. Il realismo però porta necessariamente alla concezione meinonghiana dell’extra-essere, cioè di un Essere al di là del pensiero. A questo proposito Schlick concorda giustamente con Natorp per rivendicare la natura infinitamente complessa e relazionale dell’oggetto (l’intuizione dello Hua-yen Sutra).

Se inoltre per Garland, non essendo la scienza una finzione, essa è la realtà, mentre per Schlick, essendo la scienza un segno, essa può ben essere una finzione, allora si può trovare una sintesi in questa concezione : il fatto che un ente possa essere segno di un altro ente è l’evidenza fenomenologica della complessità relazionale della realtà. Ed è il rapporto monadico di un ente con tutti gli altri che fonda il carattere convenzionale del rapporto segnico. La scienza non esaurisce la realtà, ma la possibilità della scienza ci dice qualcosa di ontologicamente fondamentale sulla realtà stessa. Schlick fa giustamente notare che la cosa in sé non è indeterminata negativamente (per lui la determinazione è il pensiero) ma è indeterminata positivamente (è cioè un plesso di infinite proprietà e relazioni). Se poi il pensiero determina l’Essere, esso lo determina liberamente, secondo infinite prospettive e griglie categoriali, Se invece, come dice Rickert, si è costretti a non poter giudicare altrimenti, allora si è comunque all’interno di una forma di realismo (ossia di una visione per cui la struttura dell’Essere non è a disposizione della soggettività).

L’idealismo soggettivistico è il malinteso per cui, misconoscendo l’oggettività della dimensione semantica (le idee platoniche), ma considerandola essenziale per la conoscenza dell’oggetto, si riduce l’oggetto stesso alla conoscenza che si ha di esso, quando invece già il sinn è un oggetto ad un certo livello di esistenza. Schlick d’altro canto fa l’errore opposto di eliminare la dimensione semantica per garantire l’autonomia dell’oggetto dalla conoscenza che si ha di esso. Forse pensare è determinare, ma il determinare non è soltanto pensare. Schlick ha forse ragione nel dire che definire il determinare come un predicare attraverso concetti si presuppone quello che va dimostrato.

Schlick ha però torto nell’individuare nel contenuto della sensazione qualcosa di non ulteriormente interpretabile.

 

 

L’unità del molteplice, le relazioni e le categorie

 

Quanto alle riflessioni che Schlick fa sulla filosofia di Kant e sulla dottrina delle categorie va osservato quanto segue :

In primo luogo l’immaginazione di Kant può essere assimilata al linguaggio visivo della geometria che costituisce il modello, mentre il linguaggio categoriale costituisce l’uso del modello, la traduzione del segnale in segno, del linguaggio visivo (o multisensoriale) in linguaggio verbale (le categorie sanciscono la riduzione della semiotica a linguistica). Oppure l’immaginazione kantiana può essere assimilabile alla proposizione (che è neutra rispetto al grado di esistenza da attribuire ad un oggetto), mentre l’intelletto corrisponde alla asserzione (la quale afferma come vero ad un certo livello di realtà il contenuto della proposizione).

 In secondo luogo se si propende per una concezione realistica, le relazioni preesistono agli atti dell’intelletto che secondo Kant le costituiscono. Schlick istituisce una gerarchia tra relazioni più o meno immediate che in realtà è soltanto apparente. Le relazioni spaziali come pure quelle di somiglianza e differenza hanno entrambe come basi dei dati sensoriali (il colore o la posizione dello spazio rispetto al nostro corpo), ma sono entrambe qualcosa di più astratto rispetto a queste proprietà. Inoltre Schlick confonde la distanza spaziale tra un oggetto ed un altro (con tutto quello che la caratterizza visivamente) con la relazione spaziale (ad es. essere a destra di … o più vicina ad x che a y) esistente tra questi due oggetti, relazione che è astratta quanto quella di differenza tra i due oggetti stessi. Kant potrebbe considerare tale argomentazione di Schlick una prova del carattere intuitivo dello spazio e del tempo.

In terzo luogo Schlick dice che, tra un ritmo in ¾ ed un ritmo in 6/8, sussiste una differenza percettiva immediata. In realtà la differenza immediata sussiste tra due suoni o complessi di suoni e non tra due ritmi. La diversità tra suoni viene in un secondo momento spiegata come differenza tra ritmi, ma non è immediatamente differenza tra ritmi.

Inoltre Schlick poi è ambiguo nel definire le relazioni temporali : esse sono immediatamente percepibili o no ? Il fatto è che la percezione sembra essere limitata al presente,  ma il presente percettivo non è il presente fisico, cioè quello legato agli eventi nel loro oggettivo verificarsi. Quando ascolti una melodia, le note si succedono nel tempo, ma tu percepisci la melodia nel presente, per cui il presente percettivo raccoglie più eventi, più dati sensoriali inseriti in una serie temporale. La percezione si distingue dalla sensazione (sempre che l’esistenza di quest’ultima sia immediatamente evidente e non si inferisca dall’analisi dei contenuti della percezione) ed è già un’interpretazione. Alla luce di ciò, le relazioni temporali sono immediatamente percepibili ? C’è un  rapporto tra percezione e immediatezza ? La percezione può essere immediata ? O qualcosa di immediato è già di per sé un che di mistico e cioè di non determinabile ?

Kant diceva che l’unità del molteplice nella rappresentazione era resa possibile dal fatto che tale molteplice era rappresentato da un’Io unitario. In realtà tale unità era evidenziata dal fatto che il contenuto, per quanto molteplice, era designabile con un termine unico. Quando questo succede, l’unità dell’Io non c’entra niente (che c’entra infatti l’unità della coscienza con l’unificazione dei contenuti tramite l’uso delle categorie ?), ma la designazione unica di un contenuto molteplice rimanda ad una natura unitaria del molteplice stesso, che altrimenti non potrebbe nemmeno essere designato come “molteplice” e addirittura come “Il molteplice”. Dunque è vero che unità e molteplicità sono categorie complementari ma l’unità ha una leggera prevalenza sulla molteplicità.

Anche Schlick parla di unità della coscienza quando si tratta della continuità dell’ambito fenomenologico, continuità che non ha bisogno di un soggetto per essere garantita, ma è data in quanto è l’apparire di una unità ontologica sottostante. Inoltre non è vero che dire che l’unità della coscienza che  si realizzi tramite l’applicazione delle categorie presupponga l’esistenza di giudizi sintetici apriori.

Schlick però ha ragione nel dire che parlare di spontaneità e ricettività non ha molto senso in campo epistemologico, quanto ne ha invece nel campo pratico. Questo a nostro parere in quanto la soggettività è una categoria pratica e non teoretico-ontologica. Come dice lo stesso Schlick, il mondo delle datità è un flusso continuo dove molte distinzioni non hanno senso.

Quanto alla radice psicologistica delle relazioni più astratte, Schlick confonde qui il piano logico con il piano genetico e confonde perciò la dimensione meta-linguistica con la dimensione psichica, mentre quest’ultima, assieme all’Io, è solo il presentarsi della dimensione meta-logica e cioè dell’illimitatezza del Logos.

Per Schlick la sussistenza di ciò che non è asserito sta solo nell’involucro psichico e linguistico di ciò che è pensato. Ma da sé psichico e linguistico non sarebbero quelli che sono senza l’intenzionalità e cioè senza il riferimento ad un contenuto ideale oggettivamente sussistente.

Se il correlato psichico delle relazioni astratte sono mere associazioni, come poi esse diventano pensiero vero e proprio ? Cos’è un’associazione ? Un legame fisicale o una relazione logica ? E se è una via di mezzo, come può essere possibile una via di mezzo tra fisico e logico, tra mancanza di senso e distanza semantica ? Come l’accidentalità contingente delle associazioni può avere come correlato una significativa distinzione tra relazioni logiche, senza a sua volta presupporre una dimensione semantica preesistente di cui le associazioni psichiche e/o neuroniche sono un’occasione di concretizzazione ?

Inoltre se la categorizzazione è accidentale, come invece può essere oggettiva l’aritmetica il cui contenuto segue dalle categorie logiche ? In realtà altro è dire che un oggetto può essere visto sotto diversi punti di vista, altro è dire che le conseguenze dell’uso di una categoria al posto di un'altra siano anch’esse accidentali.

 

 

 

Realtà, sostanza e causalità

 

Schlick poi nota che “realtà” ed “esistenza” siano la stessa cosa, ma questo può essere discutibile. Oltretutto egli fa giustamente notare che, se il reale è ciò cui si applicano le categorie, come può essere esso stesso una categoria ? C’è dunque una categoria dominante a cui si applicano le altre, come la sostanza in Aristotele ?

Schlick poi non pensa che la sostanza, più che qualcosa cui si aggiungono le qualità, sia l’insieme delle qualità, esistente ad un livello diverso (e perciò autonomo) dal punto di vista logico.

L’aspettativa di una relazione tra due qualità e l’esistenza di tale relazione in un mondo possibile che può non coincidere con quello fenomenologico

Come può esserci un assoluto sorgere e svanire, se essi sono equivalenti ad una equazione tra un numero positivo e zero ? L’assoluto sorgere e svanire non è una contraddizione in sé ? La possibilità di un assoluto sorgere e svanire è equivalente alla possibilità di una contraddizione.

Il ritrovare l’uguale nel diverso non equivale al designare una sostanza al di là degli accidenti ? Se le leggi sono qualcosa di costante nel tempo, esse costituiscono la sostanza. E del resto, le leggi non stabiliscono eguaglianze ? E dunque le leggi non rinviano a qualcosa di costante ? E questo qualcosa non può essere una sostanza ?

Perché “legge” si correla a “causa” ? La legge si correla anche al concetto di sostanza ed a quello di identità. Come si correlerebbero al concetto di causa le leggi di conservazione ?

Ogni evento ha una causa  non è il principio di causalità, ma il principio di ragion sufficiente. Il principio di causalità è invece “data una relazione causale tra due eventi, tale relazione si applica universalmente”.

Schlick dice che basta mettere in dubbio l’esistenza di relazioni causali in un ambito determinato, che la causalità stessa si rivela perciò essere un principio non a priori ma un’ipotesi empirica. Noi invece diremmo che, se la causalità può essere negata, non può invece essere negato il principio di ragion sufficiente. Mettere in dubbio qualcosa non implica che questo qualcosa non sia a priori (implica solo che l’apriori non sia innegabile). Perché qualcosa non sia a priori bisogna immaginare e determinare un’alternativa che non sia ad es. la semplice assenza della causalità (assenza che è l’accidentalità).

Schlick sbaglia a dire che la causalità si riduca a regolarità di successione, altrimenti il giorno sarebbe causa della notte. Oltretutto nella causalità c’è la pretesa di cercare nell’antecedente il fattore determinante. 

 

 Le categorie modali

 

S può essere P” non è traducibile solo nella proposizione psicologica “non so con sicurezza se S sia P”. Ma si traduce in una proposizione del tipo “in almeno un mondo possibile S è P”. Per mondo possibile s’intende un insieme di stati di cose descritti da un sistema coerente di proposizioni. “S può essere P” si traduce perciò in “(S è P) è uno stato di cose non contraddittorio”.

Neanche la necessità è un concetto psicologico, ma esso vuole dire “in tutti i mondi possibili S è P”. Oltretutto la necessità non si contrappone alla libertà, ma alla contingenza. Alla libertà si contrappone la coercizione. “Un evento ha luogo necessariamente” non è una proposizione senza senso, ma significa “un evento ha luogo in tutti i mondi possibili”.

Schlick poi pensa che ci sia un solo livello di realtà, ma in questo sbaglia : i livelli di realtà sono molteplici. Egli argomenta che quello che non è reale non è neanche possibile perché mancano i fattori che determinano la sua esistenza. Questo è un argomento sbagliato : ciò cui mancano i fattori perché esista è appunto il possibile. Il possibile è ciò che non può essere nel momento in cui mancano i suoi fattori causali, ma che può sempre essere in uno degli istanti di quella classe di istanti che è il tempo futuro. Un evento esiste o non esiste rispetto ad un determinato istante. Un evento può essere o non essere rispetto ad una determinata classe di istanti.

Oltretutto “possibile” vuol dire “esistente ad un livello di realtà prossimo a quello dell’effettività” per cui come dice Schlick il possibile è esistente e ciò che non esiste in nessun mondo possibile è appunto l’impossibile. Non c’è però alcuna dissoluzione del concetto di possibile.

Esistenza, possibilità, necessità, sono categorie che presuppongono diversi livelli di realtà. Non si riduce tutto alla dicotomia tra esistenza e non esistenza. Ci sono diverse proposizioni rilevanti a questo proposito : “esiste in tutti i mondi possibili”, “esiste in almeno un mondo possibile”, “esiste in questo mondo possibile”, “non esiste in alcun mondo possibile”.

Schlick confessa poi candidamente di considerare poi come reale presente passato e futuro. Di fronte a tale dissimulato neoparmenideismo è ovvio che svaniscono le categorie modali. Tuttavia esistono più mondi possibili per cui vi sono più sequenze passato/presente/futuro. Perciò le categorie modali uscite dalla porta rientrano dalla finestra.

Per Schlick “S può essere P” si può tradurre nella proposizione psicologica “Q è R”. In realtà la traduzione della proposizione modale in una proposizione categorica si può fare senza ricorrere allo psicologismo, ma usando una proposizione metalinguistica. “S può essere P” diventa “esiste la possibilità che S sia P” o meglio ancora “è possibile (S è P)”.

Schlick poi ammette che esiste un’accezione di possibilità come ciò che può essere inserito come argomento (oggetto) all’interno di una legge di natura. La legge diventa come una regola di deduzione e l’evento possibile diventa la premessa di un assioma e la sua conclusione. Ad es. in

{ [(p implica q) et p] implica q}, (p implica q) è la legge di natura, (p) e (q) in (p implica q) sono possibilità (una intesa come fattore causale e l’altra intesa come effetto), mentre (p) e (q) separatamente sono eventi in atto (una intesa come fattore causale e l’altra intesa come effetto necessario).

Da ciò si vede come (p) e (q) in (p implica q) sono ad un tempo possibilità e puri pensati (“p”). Per cui c’è uno stretto rapporto tra possibilità e pensiero (inteso come immaginazione).

Ci sono due livelli di possibilità : possibilità logica (lo stato di cose descritto non è contraddittorio) e possibilità fisica (lo stato di cose descritto non è in contraddizione con le leggi della fisica). Schlick traduce “se A allora B” in “A è causa di B”. ciò implica la entificazione degli eventi, ovvero la trasformazione di una proposizione linguistica in una proposizione metalinguistica. “Se piove, prendo l’ombrello” diventa “(piove) implica (prendo l’ombrello)” ovvero “ il piovere è causa del prendere l’ombrello”. Schlick osserva giustamente che la relazione in tal caso non è forma del giudizio ma oggetto del giudizio stesso.

Traducendo tutte le proposizioni in proposizioni dichiarative e considerando la conoscenza come una sezione della realtà, Schlick abbraccia il naturalismo epistemologico, opzione condivisibile se si accetta che una sezione della realtà sia equivalente ed isomorfica con la realtà stessa, assunzione che implica tutta un’altra serie di presupposti per forza di cose metafisici (in quanto non riguardano la realtà esterna, ma il rapporto tra conoscenza e realtà esterna).

In campo algebrico le equazioni differenziali sono le regole di deduzione mentre le condizioni iniziali sono gli assiomi.

Schlick ha comunque ragione contro Kant a dire che il pensiero non costituisce le relazioni della realtà, in quanto non ha nessuna forma da imprimere mentre la realtà non si lascia imprimere delle forme in quanto è già da sé provvista di forma. In realtà le forme logiche stesse possono presentificarsi alla coscienza ma sono degli oggetti ideali ad un livello ontologico autonomo dalla coscienza stessa.

 

 

 

 

 L'ambiguità della designazione : nominare o predicare ?

 

 

Schlick poi ipotizza che tutte le categorie si riducano alla designazione. Ma cosa s’intende per designazione, il rapporto segno-designato oppure il rapporto tra soggetto e predicato ? Schlick sovrappone i due tipi di relazione e dunque da un lato fa confusione, ma dall’altro intuisce una verità. Cioè nella predicazione (relazione/contenuto) ogni oggetto è determinato ed ha un’essenza specifica (aristotelismo). Nella designazione (relazione/forma, relazione formale) ogni oggetto può essere in rapporto con qualsiasi altro nell’universo (relazionismo)

Schlick considera la designazione intesa come predicazione come l’operazione primaria da cui derivano “come contenuti” tutte le altre categorie, ma così non rimane qualcosa a priori. Schlick risponde a questa critica (fattagli già da Reichenbach) dicendo che l’equivalenza tra conoscenza e designazione è una definizione puramente analitica. Qui Schlick confonde pure due piani : che l’equivalenza tra conoscenza e designazione sia analitica va da sé e implica l’arbitrarietà della scelta della designazione come operazione fondamentale del conoscere. Ma definendo la conoscenza come designazione Schlick intende la designazione come operazione apriori, cioè come paradigma di conoscenza innegabile a cui tutte le presunte categorie vanno ridotte. Dicendo cioè “la conoscenza è designazione” Schlick fa una definizione arbitraria, ma intende individuare un’operazione a priori e cioè il designare. La sua definizione non è conoscenza, ma egli pretende che il designare sia conoscenza ! Schlick qui opera un bel sofisma : affermando l’arbitrio della sua definizione, egli vuole coprirne l’incoerenza del contenuto utilizzando la critica fatta a Kant circa l’esistenza di giudizi sintetici a priori.

L’ambiguità a tal proposito di Schlick la ritroviamo anche nell’identificare la predicazione a livello di contenuto (S è P) con la designazione a livello formale (“S” sta per S), per cui presenta un giudizio la cui forma dovrebbe valere a priori come se fosse un criterio empirico di validità. Egli cioè non si rende conto che la proposizione “non esistono proposizioni sintetiche a priori” è essa stessa una proposizione sintetica a priori e sconta dunque una contraddizione perlocutoria.

Il rapporto ambiguo tra la predicazione ed il rapporto aletico tra segno e designato ha qualcosa a che fare con la teoria della denotazione di Frege e Russell.

 

 

 

 

 

 

 

Pubblicato il 1/9/2010 alle 11.55 nella rubrica Epistemologia.

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