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Ma cos'è questa crisi : Marx visto da Boyer

 

Marx riprende gli spunti di Sismondi e aggiunge la questione del conflitto di classe e del livello di sviluppo delle forze produttive, oltre alla consapevolezza del carattere storico di quelle leggi economiche che gli economisti classici consideravano simili a quelle fisiche.

Per Marx la crisi è resa possibile dal fatto che in un’economia di scambio generalizzato si ritrova ad avere produzione e consumo come due operazioni separate. I beni non vengono prodotto in vista del consumo, ma per essere venduti con un profitto sufficiente e ad un ritmo abbastanza rapido perché il capitale investito si trovi valorizzato. Le crisi appaiono con una certa regolarità per la logica stessa dell’accumulazione del capitale. L’investimento realizzato a livello dell’impresa capitalistica individuale nei settori di attività che nella congiuntura immediata appaiono suscettibili di fruttare i tassi di profitto più elevati, viene effettuato senza che sia assicurata una domanda effettiva per le merci prodotte. Non vi è coordinamento apriori delle decisioni di investire né regolazione se non a posteriori sul mercato che sanziona gli errori di previsione. Questo è per Marx l’effetto di una contraddizione nel sistema economico tra il carattere sociale della produzione ed il carattere privato della proprietà dei mezzi della produzione e delle decisioni economiche. La maggior parte dei produttori non possono acquistare l’equivalente di ciò che producono e devono fornire un sovrappiù o plusvalore ai capitalisti che ritengono occupati. Questo primo fattore si traduce in delle sproporzioni della produzione in rapporto alla domanda effettiva. Tali sproporzioni si allargano ai diversi settori dell’economia (ad es. tra sezione dei mezzi di produzione e sezione dei beni di consumo). Tale effetto viene rafforzato nel fenomeno del sottoconsumo operaio : per la natura stessa del sistema economico, l’imprenditore cercando di massimizzare il suo profitto esercita costantemente una pressione sui salari che per lui sono un costo ma che d’altra parte (a livello sociale) costituiscono un elemento della domanda complessiva, elemento sempre più importante mano a mano che si diffonde il rapporto di lavoro salariato. Si generano così situazioni di sovrapproduzione non in rapporto ai bisogni esistenti ma in rapporto alla domanda effettiva (solvibile).



A partire dal momento in cui, in uno o più settori di attività compare sovrapproduzione, il tasso di profitto si abbassa sotto l’effetto della flessione dei prezzi effettivamente praticabili. Ciò può portare ad un aggiustamento, dirigendo i capitali verso investimenti in altre attività. Ma può rivelarsi insufficiente qualora le disparità siano troppo grandi, informazione imperfetta ed i capitali non sufficientemente mobili. Per Marx questo fenomeno è rafforzato dall’effetto della legge tendenziale della caduta del saggio di profitto che egli stabilisce (per un dato tasso di sfruttamento) come conseguenza del fatto che l’accumulazione si svolga in modo sempre più capitalistico, ossia con una proporzione crescente in termini di valore di capitale in rapporto alla forza lavoro impiegata. L’accumulazione del capitale, stimolata senza sosta dalla sfrenata concorrenza del mercato, genera espansione ma giunge anche a creare un eccesso di capacità di produzione in rapporto alla domanda effettiva : il mercato sembra troppo stretto per la produzione ed il capitale non può più venire valorizzato ad un tasso di profitto sufficiente. Si ha così un eccesso di accumulazione rispetto al plusvalore che è diventato possibile estrarre. Con la caduta dei prezzi e del tasso di profitto esplode la crisi della produzione e poi dell’occupazione e del potere di acquisto, in un processo cumulativo.

Anche se la sua ricerca resta incompiuta Marx offre due elementi metodologicamente importanti :

·         La crisi classica (Juglar) è analizzata come un fenomeno strutturale e non soltanto congiunturale (conferma delle intuizioni di Malthus e Sismondi)

·         La  crisi intesa come un fattore regolatore dopo il tasso di profitto nella dinamica del sistema economico considerata nel lungo periodo, come soluzione momentanea e violenta che ristabilisce l’equilibrio turbato. La depressione nata dalla crisi porta con se la perdita di valore di gran parte del capitale produttivo nella misura in cui questo non è più in grado di fornire profitto sufficiente. Si ha così la concentrazione industriale in quanto le imprese meno colpite dalla crisi possono acquistare a prezzi infimi le imprese rovinate e trovare così condizioni più favorevoli di resistenza. Si ha poi una riduzione del tasso di salario e quindi un aumento del sovrappiù mobilizzabile dalle imprese rimaste attive. Come effetto dei due fenomeni precedentemente descritti si ha la ricostituzione di un tasso di profitto sufficiente

Nella misura in cui la crisi si trova iscritta in uno schema esplicativo della dinamica e delle fluttuazioni economiche con un ruolo specifico, il concetto di crisi è veramente costruito.

 

Pubblicato il 9/8/2010 alle 17.1 nella rubrica Comunismo.

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