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L'analisi liberista della stagflazione

Di fronte al ritorno di un fenomeno nel quale non si credeva più, gli economisti hanno reagito sia tentando di integrarlo nel quadro generale dell’analisi teorica precedente sia tentando una innovazione. In quest’ultima categoria rientrano gli economisti francesi della scuola della regolazione e gli economisti radicali americani.

 

 

Per la teoria neoclassica dell’equilibrio economico generale l’aggiustamento tra offerta e domanda su ciascun mercato si può realizzare attraverso la variazione dei prezzi, i quali si fissano per tentativi. In quest’ottica la disoccupazione non può essere che volontaria e deriva dal rifiuto dei lavoratori di occuparsi ad un tasso di salario che un mercato libero potrebbe lasciar precipitare molto al di sotto del livello oggi garantito dalla legge. Ma un simile processo di aggiustamento presuppone un banditore in grado di centralizzare tutta l’informazione. Paradossalmente il modello di equilibrio generale che si ritiene essere proprio di un’economia di mercato, rappresenta un’economia fortemente coordinata che non corrisponde affatto all’economia capitalistica. La scuola neoclassica dimentica questa condizione essenziale e si adagia nella concezione che bisogna lasciar operare i mercati senza perturbazioni da parte dello stato. La crisi è solo un fatto congiunturale ed anzi si può dire che non esiste una teoria neoclassica della crisi. Ad es. per i neoclassici questa crisi degli anni ’70 è una turbolenza scatenata da cause esterne alle economie nazionali, i cui effetti sono soltanto amplificati da fattori interni. I fattori esterni sarebbero fenomeni di disordine apparsi sui mercati mondiali : la de regolazione del mercato delle materie prime e la de regolazione del mercato monetario internazionale. Ma se si considera la crisi del petrolio da una parte, l’analisi dei suoi effetti mostra che essa non può spiegarne né l’ampiezza né la durata. Inoltre essa è sopravvenuta dopo un lungo periodo di stagnazione dei prezzi internazionali a beneficio dei paesi industriali. Quanto al disordine monetario, esso è molto più un effetto che una causa nella misura in cui è il prodotto del comportamento dei principali attori sul mercato mondiali (le imprese transnazionali). Scatenato da fattori esogeni, il riflusso dell’espansione sarebbe stato amplificato da imperfezioni interne, soprattutto dalla rigidità verso il basso dei salari a causa delle organizzazioni sindacali e la conseguente disoccupazione. Un altro grande fattore perturbatore sarebbe costituito dall’intervento dello Stato :

·         Per i seguaci dell’economia dell’offerta, consiglieri economici iniziali di Reagan, che si rifanno alla scuola di Buchanan, la pressione fiscale e gli oneri sociali sono eccessivi. Gravando sui redditi di lavoro e di capitale questi prelievi tenderebbero a ridurre l’incentivo a lavorare, risparmiare ed investire, mettendo in questione le motivazioni di una economia che si fonda sull’iniziativa privata e suscitando delle attività parallele. Questa critica risulta rafforzata secondo questi economisti dalla tesi che, essendo la disoccupazione volontaria, l’incremento della spesa pubblica in periodi di sotto-occupazione non avrebbe l’effetto moltiplicatore di rilancio descritto da Keynes e che a posteriori finanzia l’operazione senza ridurre la spesa privata, ma invece eserciterebbe solo un effetto di spiazzamento sostituendosi a spese private.

·         I monetaristi di Milton Friedman postulano che essendo la tendenza naturale di una economia di mercato l’equilibrio, la sola politica monetaria conseguente consisterebbe nell’evitare che la moneta intervenga a perturbarla ed a creare delle instabilità. Essi accusano le politiche Keynesiane di avere creato l’inflazione con le loro manipolazioni monetarie dirette a stimolare l’attività economica.

·         L’economista liberale austriaco Von Hayek criticano Keynes vedendo nelle sue politiche una causa della crisi contemporanea attraverso l’inflazione di credito che sarebbe stata provocata dal forte abbassamento del tasso di interesse di mercato. Queste politiche facilitando il ricorso al credito senza modificazione dei comportamenti di risparmio, sostenendo la domanda, riducendo il costo dell’investimento ed elevando artificialmente il rendimento di quest’ultimo, avrebbero provocato l’inflazione (modo di aggiustamento del risparmio all’eccesso di investimento) e condotto al sovrainvestimento degli anni ’60. Una tale analisi sottolinea correttamente l’insufficienza di politiche troppo globali, ma offre nello stesso tempo un’analisi dell’investimento che ignora i comportamento concreti delle grandi imprese, per le quali il tasso di interesse non è che un elemento tra molti altri nell’elaborazione delle loro strategie di accumulazione.

 

Pubblicato il 7/9/2010 alle 10.3 nella rubrica Comunismo.

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