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La politica economica liberista e l'analisi di Malinvaud

La politica economica scaturita da queste critiche prende in contropiede le politiche keynesiane. Gli economisti dell’offerta raccomandano infatti :

a.       Di ridurre la pressione fiscale soprattutto sui redditi elevati, al fine di realizzare un trasferimento di reddito dai poveri verso i ricchi, in quanto questi ultimi sono considerati più capaci di produrre nuova ricchezza. Il risparmio e l’investimento così stimolati dovrebbero alla fine contribuire ad elevare il livello di vita generale (teoria del trickle down). Il timore di deficit di bilancio in conseguenza della riduzione massiccia delle imposte non sarebbe giustificato tenendo conto della  curva di Laffer, secondo la quale un tasso di prelievo fiscale più modesto, stimolando l’espansione, accrescerebbe in prospettiva l’ammontare totale delle entrate fiscali. Ma l’esperienza americana di riduzione delle imposte non ha comportato effetti positivi sull’investimento e lo squilibrio delle finanze pubbliche di Reagan non giocherebbe a favore di queste analisi.

b.      Di liberare il mercato del lavoro da tutti gli ostacoli (minimi salariali e regolazioni dei licenziamenti), di ridurre l’assistenza sociale e la tutela dell’ambiente. È il principio della deregolamentazione che mira ad aumentare l’occupazione riducendone il costo e quindi incoraggiando l’investimento. Manca a sostegno di questa tesi un’analisi empirica convincente, mentre si può constatare dal 1960 al 1980 una relazione positiva tra l’alto livello delle spese sociali e la crescita della produttività. Queste proposte si sono rivelate poco efficaci tranne che nel campo della liberalizzazione dei prezzi.

Se inoltre Von Hayek raccomanda il riassorbimento dell’inflazione da credito, i monetaristi raccomandano di ridurre l’espansione della massa monetaria regolandola sul tasso di crescita della produzione.

 

 

Questo principio si fonda su di un’ipotesi semplicistica e cioè che l’offerta di moneta dipenda unicamente dalla decisione delle autorità monetarie pubbliche il che evidentemente non è. Inoltre questa misura assume il rischio della contrazione dell’attività e dell’occupazione come mezzo per combattere l’inflazione ponendo un freno alla domanda considerata eccessiva. Essi mettono in luce alcuni problemi importanti legati alla modalità di creazione monetaria, alla natura del sistema monetario internazionale o agli effetti perversi della pressione fiscale. Tuttavia le loro soluzioni sono inaccettabili in quanto essi ragionano pensando ad un capitalismo concorrenziale del tutto idealizzato nel quale i veri attori principali (le grandi imprese transnazionali) non sono presi in considerazione. Un capitalismo nel quale il volume della creazione di moneta dipenderebbe esclusivamente dalle autorità monetarie e che non attraverserebbe attualmente profonde trasformazioni strutturali su scala mondiale. Questa corrente di pensiero ha avuto un influenza ideologica e politica del tutto sproporzionata rispetto al suo apporto scientifico, nella misura in cui corrispondeva agli interessi dei dirigenti delle grandi imprese che potevano così approfittare delle situazioni di crisi per ridimensionare il potere del lavoro attraverso la deregolamentazione sociale. Le politiche economiche concrete si sono ispirate a queste astrazioni solo in parte : esse sono infatti orientate verso un pragmatismo che associa il rilancio keynesiano attraverso la moderazione della fiscalità e l’espansione delle spese militari con una politica monetaria relativamente restrittiva. Un tentativo di rinnovamento teorico del pensiero neoclassico è stato condotto da economisti come Edmond Malinvaud, la cui teoria degli equilibri a prezzi fissi rompe con certi presupposti

irrealistici : l’informazione non è perfetta e non può essere centralizzata, i prezzi non possono adattarsi abbastanza rapidamente per assicurare l’equilibrio e dunque sono rigidi nel breve periodo. L’equilibrio si stabilirà per aggiustamento di quantità a prezzi fissi : dunque alcune offerte non troveranno riscontri ed alcune domande non saranno soddisfatte. Constatando di essere vincolati da eccessi di domanda e di offerta, gli agenti modificheranno le loro offerte e domande ottimali per formulare nuove offerte e domande vincolate. Entro tale schema la disoccupazione involontaria diventa possibile e può quindi comparire un equilibrio vincolato di sotto-occupazione, un equilibrio che può non essere stabile. Anche se tale teoria non permette di fondare una teoria della crisi e nonostante i suoi limiti, a partire da essa è possibile aprire una breccia nel sistema neoclassico e, ipotizzando diverse situazioni di disoccupazione (classica per eccesso di domanda e keynsiana per insufficienza della domanda), essa può renderci consapevoli dell’inefficacia di una politica dell’occupazione univoca ed indurci a ricercare politiche occupazionali selettive.

 

Pubblicato il 8/9/2010 alle 9.17 nella rubrica Comunismo.

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