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Boccara e Gordon sulla crisi degli anni Settanta

L’inversione congiunturale degli anni ’70 che apre un lungo periodo di depressione ha ridato una grande attualità all’analisi in termini di onde lunghe.  I lavori e i dibattiti contemporanei sulle onde lunghe sono di natura molto diversa. Alcune ricerche induttive riprendono il lavoro intrapreso da Kondratiev di messa in evidenza dei cicli lunghi a partire da trattamenti statistici. All’opposto la maggior parte dei lavori a carattere deduttivo, che partono dall’ipotesi dell’esistenza dei movimenti lunghi, si preoccupano essenzialmente di cercarne una spiegazione e dunque di costruire uno schema esplicativo. Alcuni lavori hanno una forte impostazione schumpeteriana e mettono l’accetto sulle innovazioni tecniche (Mensch, Freeman). Altri si ricollegano maggiormente ai fattori sociali ed istituzionali (Mandel, Perez, Bowles, Gordon, Weisskopf).

 

 

C’è poi la scuola del capitalismo monopolistico di Stato che ha prodotto un’analisi molto controversa delle relazioni tra lo Stato ed il grande capitale, relazioni considerate come una vera e propria fusione. La sua analisi della crisi contemporanea si iscrive nel quadro dei ritmi lunghi soprattutto con Paul Boccara. A differenza degli economisti liberali che privilegiano in modo eccessivo i fattori esterni, questi ultimi autori ritengono che le cause della crisi siano soprattutto interne e rivolgono la loro attenzione essenzialmente alla crisi francese. Per questi autori la fonte della crisi va vista in un processo di sovra accumulazione del capitale (accumulazione eccessiva in rapporto alle capacità di profittabilità normale del capitale investito) e si osserva effettivamente in particolare negli Usa alla fine degli anni ’60 con una flessione della profittabilità del capitale mentre sale il tasso d’investimento. Vi è dunque una trasposizione dello schema teorico originariamente elaborato da Marx per spiegare i cicli classici nell’analisi del ciclo lungo. In questo caso però questa tendenza ad una sovraccumulazione relativamente durevole deriverebbe da una sostituzione del capitale al lavoro durante il periodo di espansione lunga. Di qui l’eccesso del capitale tecnico accumulato rispetto al profitto autorizzato. Questa situazione implicherebbe per Fontvieille delle trasformazioni strutturali consistenti nell’elaborazione di nuove tecniche atte a ridurre la spesa di capitale per unità prodotta e ad aumentare il tasso di salario per rilanciare infine la domanda e il tasso di profitto, con la mediazione dell’incremento della produttività del lavoro. Se il processo di sovraccumulazione del capitale può aiutare a capire l’inversione lunga della congiuntura (vi è allora coincidenza tra l’inversione del ciclo classico e quella del ciclo lungo) esso non spiega come possano verificarsi e perpetuarsi dei periodi così lunghi di sovra accumulazione (quando la depressione lunga contiene dei cicli classici) così come non spiega il ruolo e la portata delle fluttuazioni lunghe di cui i teorici del capitalismo monopolistico di stato non sembrano veramente percepire il carattere specifico e la complessità.

 

Gli economisti radicali Bowles, Gordon, Weisskopf iscrivono la loro analisi della crisi nel quadro più generale dei ritmi lunghi. Gordon in particolare ragiona in termini di tappe dell’accumulazione di capitale. Queste grandi tappe avrebbero il loro fondamento in basi istituzionali specifiche come il sistema della grande impresa dopo la seconda guerra mondiale. La loro efficacia permetterebbe per qualche tempo l’accumulazione del capitale e stimolerebbe l’espansione intorno a grandi infrastrutture economiche ed organizzative. Questo complesso istituzionale è molto vasto e include le strutture industriali, la concorrenza, la posizione del lavoro ed il ruolo dei sindacati non che la natura dei rapporti politici internazionali. Esso sarebbe efficace nel corso di una fase prolungata di espansione prima di vedersi rimesso in discussione dall’apparizione di contraddizioni date che comportano una prolungata inversione della congiuntura e l’apertura di una crisi universale. Quest’ultima espressione ha un duplice significato : la crisi ignora le frontiere nazionali ed i suoi effetti non sono confinati al campo economico in senso stretto, ma intuiscono su tutte le dimensioni della vita quotidiana. La crisi imporrebbe l’elaborazione di nuove basi istituzionali

Pubblicato il 13/9/2010 alle 9.28 nella rubrica Comunismo.

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