Blog: http://pensatoio.ilcannocchiale.it

Rosier : la crisi nasce da nuove lotte sociali

L’ordine produttivo affermatosi nel corso del lungo periodo di espansione successivo alla seconda guerra mondiale si basa su di un modo di accumulazione che si regge su di un sistema di oligopoli stabilizzati a livello nazionale, costituiti da imprese e gruppi industriali e finanziari giganti incamminati sulla via della multi nazionalizzazione e praticanti il fordismo. Quanto alle industrie motrici del periodo (chimiche, elettroniche, aereonautiche, automobilistiche), campi di attività delle imprese suddette, esse sono scaturite a loro volta dagli sconvolgimenti della grande crisi e della seconda guerra mondiale che fu un fantastico laboratorio tecnologico. Su questa base tecnica le grandi imprese danno forma ad un determinato tipo di sviluppo fortemente caratterizzato in senso sociale tanto dal punto di vista delle modalità della produzione che da quelle del consumo e dell’utilizzazione dello spazio (concentrazione urbana, esodo rurale). La loro attività si iscrive in una divisione specifica del lavoro su scala mondiale tra il centro industrializzato dell’economia-mondo e la sua periferia sottosviluppata. Infine, l’insieme del sistema si presenta fortemente regolato tanto dalle strutture economiche quanto dalle politiche economiche che abbiamo descritto. Ma la sua operatività dipende da un determinato equilibrio tecnologico (intorno ad un determinato paradigma tecnico-economico nel senso di Freeman), da un determinato equilibrio economico (oligopoli stabilizzati nel senso di Baran e Sweezy, oppure fordismo nel senso di Aglietta) e soprattutto da un determinato equilibrio sociale (patto tra capitale e lavoro nel senso di Bowles, Gordon e Weisskopf). Tutti questi equilibri devono contenere ed imbrigliare le innovazioni e soprattutto quelle de stabilizzatrici nei limiti di ciò che è socialmente tollerabile. La crisi degli anni ’70 è interpretabile come una nuova depressione lunga che sopravviene dopo un periodo di espansione durato più di 25 anni. Ed è proprio il successo dell’accumulazione del capitale nel corso di questo periodo che produce l’emergere di nuove contraddizioni che finiscono per avere ragione dell’ordine produttivo esistente in quel momento (processo dialettico) : una sensibile riduzione della profittabilità del capitale ne è il segno annunciatore.

È il modo di accumulazione del capitale a trovarsi minato da un fascio convergente di fenomeni. L’ascesa a partire dal 1966-1969 di lotte sociali originali che prendono di mira le forme stesse del lavoro industriale (organizzazione fordista) apre una vera e propria crisi del lavoro. Ora quest’ultima, dopo una lunga tregua scaturita dal compromesso storico del New Deal mette di nuovo in piena luce quest’aspetto della contraddizione del rapporto di lavoro salariale. Nello stesso tempo essa viene a costituire, attraverso la flessione degli incrementi di produttività e gli aumenti salariali che comporta, uno dei fattori fondamentali che concorrono a deprimere la profittabilità del capitale. Gli effetti di questi fenomeni si trovano rafforzati dai limiti posti all’espansione delle attività capitalistiche da una parte dall’espansione delle attività non lucrative (salute, istruzione, edilizia popolare) e dunque anche dei lavoratori improduttivi e dall’altra parte l’espansione dei servizi nel consumo delle famiglie, laddove i servizi sono prodotti mediante procedimenti dotati di incrementi di produttività inferiori alla media. Ne risulta una forte espansione dei costi socializzati della crescita ed un deciso spostamento della domanda verso consumi collettivi il cui costo relativo tende ad aumentare.

 

 

Ben più di un esaurimento di un regime di accumulazione su basi sostanzialmente tecniche o di limiti incontrati dall’espansione delle attività produttive su basi economiche, si tratta dell’aumento di contraddizioni nuove su base sociale : la modificazione graduale del rapporto di forza a favore dei salariati nel corso degli anni ’60 destabilizza l’equilibrio sociale sul quale si regge l’ordine produttivo di allora. Questo fenomeno costituisce un primo grande fattore esplicativo dell’inversione della congiuntura lunga e presenta il vantaggio di integrare differenti elementi esplicativi correttamente enunciati da una serie di autori. Tali elementi ne costituiscono al tempo stesso una manifestazione ed un effetto : la crisi del lavoro ed il crollo del patto tra capitale del lavoro, una tendenza allo spostamento a vantaggio dei salariati del tasso di ripartizione tra profitto e salari e l’aumento dei costi collettivi socializzati della crescita. Questi due ultimi fenomeni sono il frutto della pressione efficace dei salariati. L’insieme concorre a spiegare il fenomeno direttamente osservabile, e cioè la pericolosa caduta della redditività del capitale.

 

Pubblicato il 27/9/2010 alle 10.4 nella rubrica Comunismo.

Il Cannocchiale, il mondo visto dal web