Blog: http://pensatoio.ilcannocchiale.it

Il capitalismo e la crisi : il problema del capitalismo in Russia

Contro i populisti Lenin affermò che la Russia avrebbe inevitabilmente seguito la stessa via che era stata percorsa dai paesi occidentali ed infatti si poteva già constatare lo sviluppo di un’industria capitalistica e di una forte penetrazione del capitalismo nelle campagne. Per quanto tal tesi fosse giusta,  essa conduceva Lenin a sottovalutare fortemente il problema del ruolo degli sbocchi esterni nel processo di crescita delle economie capitalistiche. In realtà il capitalismo russo era in larga misura un capitalismo importato : analogo a quello che si sviluppa normalmente nei territori delle colonie. La molla dello sviluppo capitalistico in Russia era l’introduzione massiccia di capitali stranieri all’interno del paese. I capitalisti degli altri paesi investivano direttamente i propri capitali in determinati settori redditizi (ad es. le miniere e l’industria metallurgica) e questo bastava a creare un potere d’acquisto addizionale che si riversava sui mercati e conduceva progressivamente alla rottura del modo tradizionale di produzione.

 

 

Che sia possibile un certo sviluppo capitalistico in regioni economicamente arretrate (come effetto dell’importazione di capitali stranieri) non contraddice in alcun modo la tesi secondo cui nei paesi dominanti il capitalismo si sviluppa sulla base della conquista di mercati esterni. Nel 1915 Bucharin si oppose apertamente alla tesi della necessità dei mercati esteri per lo sviluppo del capitalismo. Egli sostiene che la ricerca di tali mercati deriva soltanto dal fatto che un allargamento del mercato consente una produzione su scala più grande e dunque una diminuzione dei costi non che un conseguente aumento dei profitti. Non si deve intendere però questa legge della produzione di massa nel senso che l’espansione al di là delle frontiere nazionali sia in qualche modo una necessità assoluta. Bucharin ammette che l’imperialismo porta ad un aumento dei salari nei paesi economicamente progrediti per alcuni strati della classe operaia. Ma egli spiega un tale fenomeno dicendo che i capitalisti possono aumentare i salari grazie ai sovrapprofitti che essi realizzano con le loro vendite all’estero. Una tale spiegazione,  usuale negli ambienti marxisti, è inadeguata in quanto il rialzo dei salari si spiega con l’enorme sviluppo della produttività del lavoro e del reddito nazionale, determinato dalla conquista dei mercati esteri. Inoltre per Bucharin l’imperialismo eleva sì i salari nelle regioni progredite, ma conduce alla guerra tra le grandi potenze e le conseguenze di un simile conflitto non possono non restituire al proletariato dei paesi avanzati le sue convinzioni rivoluzionarie. Questa convinzione si è rivelata però erronea, in quanto dopo le due guerre mondiali, la capacità di produzione dei paesi sviluppati si è rapidamente ricostituita ed il livello di vita si è ristabilito dopo alcuni anni, per cui le guerre non hanno portato a situazioni rivoluzionarie. Per Lenin invece il fenomeno imperialistico è connesso all’azione dei monopoli, alla supremazia delle banche sull’industria ed all’esportazione dei capitali. Nel periodo della libera concorrenza, l’investimento dei capitali non solleva problemi, poiché ogni capitalista si fa posto sul mercato a danno dei suoi vicini. Ma nella fase dei monopoli e del dominio delle banche un procedimento simile risulta compromesso e da ciò derivano le enormi eccedenze di capitali e l’imperialismo.

 

 

Pubblicato il 8/9/2010 alle 16.16 nella rubrica Comunismo.

Il Cannocchiale, il mondo visto dal web