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Il capitalismo e la crisi : Sweezy, Sternberg e Baran secondo Denis

Sweezy, Sternberg e Baran mettono in evidenza il fatto che l’evoluzione dei paesi capitalistici progrediti non può essere più studiata isolatamente, dato che fa parte di un processo mondiale i cui diversi momenti vanno presi in considerazione simultaneamente. La fondamentale contraddizione interna della produzione capitalistica porta all’espansione, all’interazione sistematica ed al conflitto verso la realtà esterna. Quest’ultima poi conduce ad una ristrutturazione della situazione interna la quale viene liberando le forze che spingono verso un nuovo ordine mondiale. Sternberg rifiuta la concezione di Hilferding, ripresa da Lenin, che definisce l’imperialismo come una conseguenza dello sviluppo dei monopoli. Egli dice infatti che la spinta imperialistica si manifestò in Inghilterra ed in Francia molto tempo prima che si potesse constatare una concentrazione monopolistica appena considerevole.

 

 

L’appoggio fornito dagli imperialisti europei alle feudalità locali ed all’azienda artigianale non potrà più durare a lungo in Asia. È estremamente improbabile che in questa parte del mondo una lunga fase di capitalismo liberale conduca l’economia dallo stadio feudale e precapitalistico a quello delle grandi aziende monopolistiche e dei colossali concentramenti finanziari. Tutto porta invece a ritenere che in parecchi paesi asiatici l’alleanza dell’imperialismo con la feudalità sarà spezzata a vantaggio di un sistema economico che darà di colpo allo stato un compito decisivo nello sviluppo e nella modernizzazione sia dell’industria che dell’agricoltura. Baran dimostra che l’imperialismo ha ingenerato il sottosviluppo e che le regioni arretrate non possono colmare il divario che le separa da quelle progredite nel quadro del modo capitalistico di produzione. Le prime infatti continuano ad essere dominate dalle seconde che le riducono a strumenti del proprio arricchimento e della propria potenza.

Sweezy sembra anche lui ammettere che nel periodo del capitalismo concorrenziale i mercati esteri non abbiano assolto ad una funzione essenziale nello sviluppo economico europeo. La sua teoria si basa sull’idea che, nel corso dello sviluppo capitalistico, il risparmio della classe borghese tenda a costituire una parte sempre più grande del reddito nazionale, poiché i profitti hanno la tendenza ad aumentare più rapidamente dei salari e poiché quindi si manifesta nei capitalisti la propensione a risparmiare una aliquota sempre più cospicua dei loro redditi. Ma allora, se tutto il risparmio si investe, non può non accadere che l’investimento cresca più celermente del consumo effettivo. Se poi le tecniche produttive non si modificano, la produzione di beni di consumo aumenta ogni anno nella stessa percentuale dell’investimento. La produzione dei beni di consumo dunque cresce più rapidamente del consumo effettivo e la conseguenza inevitabile è la crisi. Denis obietta che non sembra effettivamente possibile sostenere che la produzione di beni di consumo cresca necessariamente allo stesso ritmo degli investimenti. Sostenendo questa tesi si trascurerebbe il fatto che le nuove attrezzature possono essere utilizzate per fabbricare degli altri beni di produzione supplementari e non dei beni di consumo. Certo non sarebbe possibile sostenere che un simile processo potrebbe proseguire all’indefinito, dice Denis, a meno di non ricadere nell’errore di Tugan Baranovskij. Tuttavia sembra necessario sottolineare che, per spiegare realmente il ciclo, bisogna poter dimostrare sia perché, durante un certo tempo, si verifichi effettivamente nell’economia capitalistica un processo di produzione d’attrezzature per la produzione d’attrezzature sia perché poi questo stesso processo s’interrompa. Secondo Denis Sweezy non risponde né alla prima, né alla seconda questione ed in realtà non potrebbe rispondervi se al centro dell’analisi non si mette il principio (affermato da Malthus e Luxemburg) secondo il quale il processo della produzione capitalistica rimane subordinato ad uno sviluppo preliminare dei suoi sbocchi.

Secondo Denis bisogna ammettere che ogni espansione capitalistica è dovuta in origine all’azione di un fattore esterno che crea una nuova domanda di prodotti e suscita una prima ondata di investimenti. Se questa prima ondata è abbastanza forte l’investimento supera il risparmio normale e la domanda globale di prodotti è superiore all’offerta globale di maniera che ne risultino sollecitati nuovi investimenti. L’azione del fattore esterno viene così moltiplicata e si sviluppa un processo di generale espansione di cui non sono sempre evidenti i legami con la causa reale che lo ha provocato. Tuttavia dopo un certo tempo la propensione ad investire non può non diminuire fortemente negli ambienti industriali, dato che cresce rapidamente la massa degli investimenti in via di realizzazione. D’altra parte poiché anche il risparmio normale aumenta rapidamente, giunge ben presto un momento in cui tale risparmio diviene più grande dell’investimento. È proprio a questo punto che si spezza e s’interrompe il processo di espansione.

Nel corso dell’ultimo secolo i più importanti fattori esterni dell’espansione sono stati da un lato la penetrazione del commercio e del capitalismo in nuove zone del mondo e dall’altro lato specialmente negli Stati Uniti, lo sfruttamento di nuove terre fertili su larghe estensioni. Dopo la fine della seconda guerra mondiale il processo di decolonizzazione sommato con l’aiuto ai paesi arretrati, ha determinato di nuovo in questi ultimi paesi un rapido incremento della domanda di beni industriali. Si è aggiunto a ciò l’incremento della spesa pubblica e delle spese militari. Si ritiene che si possa spiegare così il fatto che lo sviluppo economico dei paesi capitalistici progrediti (divenuto assai più lento tra le due guerre mondiali) abbia potuto riprendere ad un ritmo sostenuto.

I tre economisti qui studiati secondo Denis non prendono in sufficiente considerazione la necessità di principio che esistano preliminarmente degli sbocchi. Baran dice che, allargando il mercato per i prodotti di imprese private il commercio estero può determinare un aumento della produzione e degli investimenti che in caso contrario non si sarebbe mai verificato. Delle condizioni di un commercio equilibrato per Baran l’effetto del commercio estero sul complesso dell’economia è meno certo, poiché l’espansione delle industrie esportatrici può venire pienamente compensata da una contrazione delle industrie colpite dall’importazione di beni sui loro mercati. Ma Denis obietta che, nel caso di rapporti commerciali con le regioni sottosviluppate, il commercio anche squilibrato o persino deficitario dal punto di vista delle zone industriali è non di meno un potente fattore di sviluppo, dato che queste zone stesse importano delle materie prime e delle derrate agricole, le quali non esercitano alcuna concorrenza sulla loro produzione nazionale. Baran a tal proposito dice che il significato del commercio estero come fattore dinamico, come fonte di un movimento che aiuta l’economia capitalistica ad uscire fuori da una situazione data, sta innanzitutto nel fatto che esso dà origine al meccanismo dell’esportazione di capitali. Sternberg invece non ha minimizzato l’importanza degli sbocchi esterni secondo Denis, ma li avrebbe considerati solo una valvola di scarico della produzione capitalistica sovrabbondante. Denis ritiene invece che in mancanza di occasioni esterne di investimento non si sarebbe mai avuto sviluppo della produzione capitalistica.

 

Pubblicato il 9/9/2010 alle 16.24 nella rubrica Comunismo.

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