Blog: http://pensatoio.ilcannocchiale.it

La produttività del lavoro e il plusvalore

Marx afferma che per aumentare il plusvalore, il capitale deve accrescere la produttività del lavoro. Quest’ultima infatti (determinando una diminuzione del tempo di lavoro incorporato nei singoli prodotti e dunque una diminuzione del valore delle singole merci) determina anche la diminuzione del tempo di lavoro necessaria a produrre i mezzi di sostentamento dell’operaio. Essa riduce la parte della giornata lavorativa in cui la forza-lavoro riproduce se stessa per accrescere, all’inverso, il tempo di lavoro supplementare che l’operaio cede al capitale e cioè il pluslavoro e il plusvalore prodotto.

 

 

Analizziamo meglio questa tesi : se accresce la produttività del lavoro, l’impresa può produrre più merci in tempo dato. Se sussiste una domanda più alta della capacità produttiva precedente, l’impresa può vendere un volume maggiore di merci a prezzi invariati ed aumentare dunque i ricavi in tempo dato, aumentando anche i profitti. Se con l’aumento del volume della produzione, l’impresa può diminuire i prezzi essa può sconfiggere la concorrenza aumentando così i ricavi per altra via e così pure i profitti. Tutto questo mantenendo la massa salariale intatta.

Naturalmente se la domanda non eccede la capacità produttiva precedente, l’impresa può produrre lo stesso volume di merci diminuendo la massa salariale attraverso licenziamenti o riduzioni di salario.

Ovviamente l’aumento della produttività del lavoro si ottiene attraverso il cambiamento della composizione organica di capitale, e cioè introducendo macchine più efficienti o cambiando l’organizzazione del lavoro. In questo caso ci sono costi iniziali (investimento) che vanno poi smaltiti in un arco di tempo dato. Vi devono dunque essere aspettative di maggiori ricavi (e dunque si presuppongono maggiori vendite per aumento della domanda e/o per diminuzione della concorrenza) o di una diminuzione della massa salariale che sia maggiore del costo iniziale affrontato.

Marx però parla anche a livello aggregato : la tendenza delle imprese ad aumentare la produttività può portare ad una diminuzione dei prezzi che diminuisce il tempo di lavoro necessario a produrre i mezzi di sostentamento degli operai e dunque potrebbe portare ad una diminuzione dei salari e ad un aumento dei profitti. Naturalmente Marx volutamente non parla della lotta di classe sindacale che potrebbe (e che ha portato ad un aumento dei salari) cercare di redistribuire l’aumento di produttività e dei ricavi relativi (nel caso ci sia). Naturalmente se tutto si riduce ad una diminuzione di costi, la lotta a sua volta si riduce ad una resistenza all’espulsione di lavoratori e all’abbassamento dei salari. Le imprese tenderanno espellendo forza lavoro ad utilizzare l’accresciuto esercito industriale di riserva per abbassare i salari.

A questo punto la teoria delle crisi di realizzo serve a sottolineare l’importanza della domanda aggregata e dunque e collegare la resistenza locale operaia all’interesse generale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pubblicato il 1/9/2010 alle 12.40 nella rubrica Comunismo.

Il Cannocchiale, il mondo visto dal web