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La crisi secondo Dobb

La tesi di Dobb dice che la crisi serve per abbassare il prezzo del capitale e del lavoro e dunque è un mezzo con cui si evita la caduta tendenziale del saggio di profitto

Egli però non tiene conto del fatto che se l’abbassamento del prezzo del capitale consente in un secondo momento di aumentare gli investimenti e di scongiurare la crisi, al tempo stesso provoca nell’immediato un calo dei profitti delle industrie che producono beni capitali, le quali licenziano i loro lavoratori, il che sommato alla caduta dei salari dei lavoratori delle imprese produttive di beni di consumo può provocare un ulteriore avvitamento della crisi. Il problema diventa quello dei valori delle variabili in gioco,i quali decidono dell’esito della crisi stessa (verso un aggravamento o verso una ripresa).

 

 

 

Cioè l’avvitamento della crisi si verificherà con una velocità ed una forza tale da ritardare la ripresa naturale del ciclo, o quest’ultimo avrà il tempo per riconfigurarsi nelle sue fasi di ascesa in tempi ragionevoli ? E quali istituzioni metterà alla prova, quali conseguenze politiche avrà la crisi ? I lavoratori arretreranno o avanzeranno ? E se arretreranno, lo faranno in maniera da poter avanzare più decisamente in un altro momento ? E tali conseguenze politiche e sociali cambieranno il funzionamento del ciclo e le sue implicazioni ? E se sì, in che direzione ? Negativa, come pensa l’utopia anarco capitalista, con la sua resa alla complessità ? O positiva, come pensa chi la complessità la vuole affrontare per stabilire nuovi equilibri e transitare verso nuove fasi storiche ?

 

Pubblicato il 7/9/2010 alle 12.46 nella rubrica Comunismo.

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