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La nuova macroeconomia classica e i suoi apostoli : Lucas, Kydland e Prescott

I contributi di Muth e Phelps  furono utilizzati per la costruzione di un paradigma alternativo a quello keynesiano, nel quale veniva respinta la nozione keynesiana di disequilibrio come conseguenza di rigidità, mentre si riformulavano i postulati dell’equilibrio economico generale in presenza di condizioni di incertezza, giudicando superfluo il postulato walrasiano dell’equilibrio come risultato dell’informazione completa di tutti i soggetti in tutti i mercati.

Lucas sostenne che i modelli keynesiani per quanto spieghino il ciclo non sono teorie dell’equilibrio, dal momento che Keynes considerava quest’ultima irrealizzabile, non essendo la disoccupazione spiegabile come conseguenza di scelte individuali. Lucas aggiunge, nonostante l’opinione di Keynes, che anche l’allontanamento dall’equilibrio doveva essere studiato sul fondamento di un modello di equilibrio, in quanto quest’ultimo è costruito per definizione in modo da poter predire come operatori con preferenze e tecnologie stabili sceglieranno di reagire ad una nuova situazione. Al contrario un qualunque modello di disequilibrio, costruito codificando semplicemente le regole decisionali che gli agenti hanno trovato utile usare in un qualche periodo precedente, senza alcuna spiegazione del perché queste regole sono state usate non sarebbe di alcuna utilità predittiva. Solo la nozione di equilibrio è collegabile ad una teoria coerente e predittiva. Il problema era di ampliare la nozione di equilibrio perché spiegasse anche quegli eventi fino ad allora ricompresi nella nozione di disequilibrio. A tal proposito Lucas propose di considerare i disequilibri non come eventi singoli ed autonomi, ma come fasi di un ciclo caratterizzato dal comovimento di alcune macrovariabili. Se si definisce il ciclo economico come comovimento di differenti serie storiche aggregate, si può giungere alla conclusione che non vi è alcun bisogno di qualificare le osservazioni restringendole a particolari paesi o a determinati periodi. Rispetto al comportamento qualitativo dei comovimenti delle varie serie storiche, i cicli economici sono tutti simili e dunque c’è la possibilità di una interpretazione unica del ciclo fondata sulle leggi generali che governano le economie di mercato piuttosto che su specifiche caratteristiche politiche o istituzionali di particolari paesi o periodi. Il primo passo da compiere per superare la nozione di disequilibrio consisteva appunto nell’assumere come oggetto d’indagine il ciclo economico e non singoli momenti di crisi. Lucas propone anche di definire l’equilibrio come una situazione di prezzi stabili piuttosto che come una situazione di pieno impiego delle risorse, rompendo il legame tra la nozione di equilibrio e quella di piena occupazione. Ciò che contava in un’economia di mercato era la quantità di risorse o di beni offerta o richiesta dal mercato, non la quantità esistente. Assumendo la perfetta flessibilità dei prezzi, si poteva definire mercato in equilibrio ogni mercato che avesse prezzi stabili, poiché tale stabilità era il segnale che il prezzo raggiunto aveva eguagliato la domanda e l’offerta. Le risorse di lavoro e di capitale che rimanevano inutilizzate andavano considerate come volontariamente escluse. L’equilibrio di ogni singolo mercato era un equilibrio mobile in relazione alla fase del ciclo prevalente in quel momento ed era un equilibrio che poteva non coincidere con la piena occupazione nel significato keynesiano. La natura volontaria o involontaria non era verificabile attraverso l’informazione diretta. L’unico modo praticabile per definire l’equilibrio e dunque l’ammontare di disoccupazione era quello di esaminare il movimento del prezzo del lavoro. Se il salario di mercato risultava stabile, bisognava dedurre che le risorse di lavoro disponibili erano esaurite e che la manodopera non impiegata apparteneva al serbatoio del tasso naturale di disoccupazione.

 

 

Il punto di partenza della nuova macroeconomia era una situazione di equilibrio generale caratterizzato dalla stabilità dei prezzi e della produzione a livello aggregato. I micro fondamenti di questa formazione erano individuabili nel comportamento ottimizzante dei soggetti, nella informazione per isole e nelle aspettative razionali. Ogni soggetto avendo come riferimento per le sue scelte solo il prezzo della risorsa da cedere (ad es. il salario) individuava la ripartizione più conveniente tra lavoro e tempo libero ed utilizzava nel modo più efficiente le informazioni disponibili per decidere la condotta da tenere nel futuro. Poiché nel periodo precedente sia i prezzi che la produzione non avevano subito cambiamenti, le possibili cause di variazione nelle scelte di ogni soggetto potevano scaturire solo da modificazioni nelle preferenze o nella tecnologia. Queste modificazioni avrebbero prodotto variazioni nei prezzi relativi con continui aggiustamenti nelle scelte individuali, ma con tutta probabilità né il livello dei prezzi, né la produzione aggregata avrebbero subito mutamenti di rilievo a causa della compensazione tra variazioni di opposto segno. Il quadro complessivo cambiava totalmente se invece si ipotizzava un cambiamento nel livello medio dei prezzi. Ogni soggetto poteva avere nozione di questa eventualità esaminando le variazioni del suo prezzo di riferimento, ma non aveva informazioni sufficienti per capire se si trattava di una variazione del suo prezzo di riferimento o di una variazione di tutti i prezzi. La decodificazione del segnale era imprecisa e gli operatori invece di mantenere inalterata l’offerta erano indotti a modificarla. Dando così inizio ad una nuova fase del ciclo. Le compensazioni tra i mercati, frequenti nel caso delle variazioni di preferenze e tecnologie, non si verificavano perché era la generalità dei soggetti a percepire la variazione del livello generale dei prezzi come una variazione del proprio prezzo. Da questa confusione scaturivano comovimenti dei prezzi, della produzione e degli investimenti a livello aggregato, così come si osservava nel ciclo reale. Ad es. una espansione della produzione si sarebbe fermata quando gli operatori si fossero accorti di avere sbagliato e ci si fosse resi conto dell’inflazione generalizzata : gli investimenti sarebbero scesi al di sotto del loro livello normale ma lentamente perché non vi sarebbe stata alcuna ragione per aspettarsi che questo riaggiustamento avvenisse rapidamente e potesse essere descritto come una crisi.

Individuato il motivo dominante del ciclo non nell’accumulazione del capitale ma nelle risposte razionali ai movimenti osservati dei prezzi, Lucas ricondusse i movimenti dei prezzi all’unica possibile fonte della variazione della quantità di moneta immessa sul mercato. I movimenti ciclici desumibili dai comovimenti di numerose macrovariabili dovevano essere attribuiti all’afflusso di nuova moneta. Da questa variazione esogena derivava un aumento generalizzato dei prezzi che, a causa dell’informazione limitata, veniva interpretato come un segnale di variazione dei prezzi relativi con conseguente crescita degli investimenti, dell’occupazione e del livello dei prezzi. L’utilizzo sempre più efficiente delle informazioni induceva poi negli operatori aspettative più aderenti del reale svolgimento dei fatti ed il ciclo iniziava così la sua fase discendente con il disturbo monetario provocante il ciclo reale che esauriva i suoi effetti. L’obiettivo della spiegazione del ciclo con il metodo dell’equilibrio fu raggiunto semplicemente ipotizzando uno shock esogeno in presenza di informazione incompleta degli operatori. Il messaggio conclusivo della nuova scuola si poteva riassumere nella esortazione a liberare i mercati dall’intervento dello stato e nell’evitare le politiche economiche di stabilizzazione in quanto inefficaci o controproducenti.

Dopo un iniziale consenso ci si è resi conto che una riduzione della spesa pubblica avrebbe prodotto effetti dannosi alle imprese per la ripresa della conflittualità nel rapporto di lavoro. Riprese vigore la tesi della necessità di una regolamentazione delle principali grandezze economiche al fine di assicurare alle imprese condizioni di stabilità monetaria ed interventi di sostegno nei settori più deboli. Divenne sempre meno convincente l’idea di base circa la possibilità di raggiungere posizioni di equilibrio nei singoli mercati nonostante l’incompleta informazione degli operatori e le tesi contrarie che assumevano ipotesi di lavoro fondate sul disequilibrio dei mercati come condizione normale di funzionamento delle economie industrializzate ripresero vigore. Anche il rigore analitico del ritorno a spiegazioni esogene del ciclo appariva fondato sulla fusione di due ipotesi (aspettative razionali e informazione incompleta) che appartenevano in fondo a concezioni teoriche opposte. Infatti non si poteva sostenere ragionevolmente l’ipotesi che gli operatori potessero cercare di informarsi su tutto tranne che sull’andamento del livello generale dei prezzi. Di conseguenza la possibilità di conservare i principi del comportamento razionale degli operatori per le decisioni riguardanti il futuro rimaneva in piedi solo quando il sistema economico non subiva shock esterni. 

Secondo Augusto Graziani per Lucas gli eventi economici futuri sono tali da poter essere desunti dalle conoscenze di oggi, mentre per i keynesiani gli eventi prevedibili sono del tutto marginali, mentre le grandi svolte rientrano nel dominio dell’imprevedibile. Inoltre per Lucas il mondo è retto da miriadi di decisioni indipendenti e capillari prese da singoli soggetti isolati, mentre per i keynesiano esistono, nel mondo dell’industria e della finanza, fulcri di potere le cui decisioni possono condizionare i destini di interi mercati.

 

Secondo Brancaccio la tendenza rappresentata da Lucas viene ulteriormente raffinata da F. E. Kydland ed E. C. Prescott i quali pure muovono dall’assunto che nella costruzione di un modello economico qualsiasi premessa è lecita, purchè il modello sia in grado di riprodurre correttamente l’andamento dei dati statistici osservati. Si può dunque anche accettare l’idea che una massaia si comporti come se ogni sua scelta derivasse da complicati programmi matematici di ottimizzazione. Quel che conta per questi economisti è che l’improvvida assunzione non trovi sostanziali smentite nei dati. Essi appaiono disposti a tutto pur di rendere compatibili teoria e dati. Basti notare che i loro modelli si fondano su ipotesi tali da rendere la piena occupazione dei lavoratori un risultato inevitabile, la cui smentita consiste di una mera disoccupazione volontaria. Questa abolizione per decreto della disoccupazione conduce poi ad una ragguardevole serie di implicazioni per la politica economica. Obiettivo chiave di Kydland e Prescott è quello di togliere legittimazione teorica a qualsiasi tentativo delle autorità monetarie di reagire ad una recessione con misure espansive. A tale scopo i due economisti affermano che in un mondo di agenti razionali sussiste un problema di incoerenza temporale nelle decisioni delle autorità politiche. Il concetto viene esposto ricorrendo all’esempio dei dirottatori : al fine di scoraggiare i dirottamenti aerei, la maggior parte dei governi segue la regola di non negoziare mai con i dirottatori. Si supponga tuttavia che, nonostante la politica annunciata dal governo, avvenga comunque un dirottamento. In questo caso le autorità potrebbero essere indotte a negoziare, visto che il prezzo richiesto dai dirottatori difficilmente supererebbe gli effetti devastanti della perdita di vite umane. Quindi la miglior politica sembrerebbe essere questa : annunciare di non essere disposti a negoziare, ma poi negoziare in caso di effettivo dirottamento. Se a questo punto si trasferisce il ragionamento in ambito economico, si potrebbe pensare che alle autorità monetarie convenga un atteggiamento analogo a quello appena descritto. Esse possono cioè annunciare una politica rigorosamente anti-inflazionista. I lavoratori di conseguenza si attenderanno prezzi bassi e dunque accetteranno salari monetari bassi. Le autorità monetarie potrebbero allora approfittare di queste previsioni smentendo gli annunci e attuando una politica espansiva. I prezzi aumenterebbero in modo imprevisto e i lavoratori tarderebbero quindi a reagire. La corsa dei prezzi e il ritardo dei salari potrebbe indurre le imprese ad aumentare almeno temporaneamente le occupazioni. In realtà, dicono Kydland e Prescott, l’idea che una simile incoerenza temporale tra annunci e decisioni possa dar luogo a risultati positivi è viziata dall’ipotesi inaccettabile che gli individui siano passivi, ossia che decidano le loro azioni in base alla sola dichiarazione di intenti delle autorità e non al loro comportamento effettivo. Ma nei fatti è proprio la tendenza o meno dell’autorità a smentirsi che si rivela decisiva, nel senso che non appena gli annunci del governo dovessero mostrarsi non credibili, i singoli ne terranno conto ed agiranno di conseguenza. Ad es. i sequestri di aerei da parte dei dirottatori diventeranno all’ordine del giorno. E gli stessi lavoratori non reputeranno più credibili le promesse anti inflazioniste del banchiere centrale. Partendo da questo tipo di esempi, Kydland e Prescott hanno attaccato i vecchi modelli keynesiani, accusati per l’appunto di cristallizzare il comportamento degli operatori privati in una serie di parametri fissi. Quei modelli erano rigidi e quindi inservibili, poiché non tenevano conto della reazione degli operatori alla maggiore o minore coerenza tra gli annunci dell’autorità politica e le sue azioni effettive. Da simili riflessioni i due autori hanno tratto suggerimenti politici secondo cui, per convincere i privati che i prezzi sono sotto controllo è necessario rendere assolutamente credibile la banca centrale legandole le mani e cioè vincolandola all’obiettivo della lotta all’inflazione.

 

Pubblicato il 7/10/2010 alle 16.8 nella rubrica Comunismo.

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