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John Kenneth Galbraith : la retorica del lavoro

Si sente spesso dire che il lavoro è gratificante. Ma questa frequente affermazione riguarda sempre le sensazioni degli altri. Il buon lavoratore è molto lodato e lo è in particolare da parte di coloro che non lavorano duramente e sono dispensati dalla sforzo fisico.

La parola “lavoro”è usata indifferentemente per l’attività di chi svolge mansioni che trova faticose, noiose, sgradevoli e per quella di chi ne ricava piacere senza alcun senso di costrizione. La truffa è già evidente nell’uso della stessa parola.

Non è tutto : coloro che più apprezzano il lavoro sono senza eccezioni i meglio retribuiti. Le retribuzioni basse sono per coloro che svolgono compiti ripetitivi, noiosi, pesanti.

 

Negli Stati Uniti e negli altri paesi sviluppati, nessuno è più biasimato di chi si sottrae all’obbligo di lavorare. Chi non lavora è pigro, irresponsabile, inutile, un parassita. Gli elogi sono per gli sgobboni. Ma soprattutto per i ricchi che vanno di convegno in convegno a sottolineare l’importanza e la probità del lavoro. Per i ricchi l’inattività è una alternativa possibile, mentre invece è moralmente rovinosa per i poveri, in quanto costa in denaro pubblico o privato. L’indolenza è perdonata alle classi agiate, ma è esecrata per quelle più povere.

Fu J. Maynard Keynes a mettere in dubbio le gioie della fatica, citando una defunta donna delle pulizie che aveva  affidato alla propria lapide il suo commiato da una vita di lavoro :

“Non siate tristi per me amici, non compiangetemi minimamente, perché da qui all’eternità non farò più niente di niente.”

 

 

Pubblicato il 25/9/2010 alle 11.51 nella rubrica Comunismo.

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