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Le tesi di Nicholas Kaldor

Anche nello studio della distribuzione gli studiosi post-keynesiani assegnarono una priorità netta alle decisioni di investimento degli imprenditori, considerate ancora una volta autonome e svincolate dalle decisioni di risparmio. Kaldor, richiamando tesi di Keynes e Kalecki, sviluppò la teoria del moltiplicatore come teoria della distribuzione nell’ipotesi che i percettori di profitto e di salari avessero propensioni al risparmio diverse. Secondo loro in un sistema economico in condizioni di pieno impiego, se le propensioni al risparmio degli imprenditori capitalisti e dei lavoratori sono diverse, allora le decisioni di investimento, oltre a determinare il livello della produzione e dell’occupazione, sono anche la causa principale della distribuzione del reddito tra profitti e salari. Nell’opinione di Kaldor la classe degli imprenditori capitalisti nel suo insieme era depositaria di un potere ancora più ampio di quello ipotizzato da Keynes, poiché dalle sue decisioni dipendevano non solo la quantità di prodotto da consumare e da accumulare, ma anche le quote di prodotto spettanti al salario ed al profitto. La tesi di Keynes a cui Kaldor si ispirava era quella per cui se gli imprenditori decidono di spendere una porzione dei loro profitti in consumo, il risultato è un aumento di profitti ottenuti dalla vendita di beni di consumo per un ammontare esattamente uguale alla somma dei profitti che sono stati spesi in quel modo. Ne deriva perciò che qualunque quota dei profitti gli imprenditori destinino al consumo, l’incremento di ricchezza resta invariato. I profitti come fonte di incremento del capitale per gli imprenditori sono un orcio di vedova che non si vuota mai, qualunque porzione del suo contenuto venga destinato ai lussi della vita. Un aumento del consumo degli imprenditori aumenta i loro profitti totali di un identico ammontare per cui i capitalisti guadagnano ciò che spendono e i salariati spendono ciò che guadagnano.

 

 

Kaldor afferma che il saggio di profitto dipende dal saggio dell’investimento e dalla propensione al risparmio dei capitalisti. Per Denis però la relazione causale va invertita giacchè il saggio dell’investimento lungi dall’essere la causa del livello raggiunto del saggio di profitto ne è al contrario la conseguenza. Forse Kaldor era consapevole di questa obiezione e forse per questo ha costruito un modello in cui alla spiegazione della distribuzione si associa quella dello sviluppo economico. In tale modello Kaldor sostiene che il saggio dell’ammortamento e quello del risparmio sono entrambi funzione di quella parte del reddito nazionale che va ai profitti. Con la sua analisi Kaldor cerca di indicare contemporaneamente il tasso d’investimento, il saggio di sviluppo e la parte effettiva dei profitti nel reddito nazionale, dunque cerca di spiegare perché una determinata economia si sviluppi ad un certo ritmo e perché il reddito nazionale vi si distribuisca secondo certe proporzioni tra profitti e salari. Per fare questo però, secondo Denis, egli rovescia la relazione causale precedente determinando il tasso dell’investimento a partire dal saggio di profitto e dalla quota dei profitti nel reddito nazionale. Inoltre nella sua analisi il processo che conduce all’equilibrio è del tutto diverso da quello descritto da Keynes. Per quest’ultimo quando il risparmio normale è superiore all’investimento, vi è contrazione della produzione e si entra in una fase recessiva. Nel modello di Kaldor invece si assiste semplicemente ad un ribasso dei prezzi con una contestuale modificazione nella distribuzione dei redditi. In altre parole questo modello sembra ignorare completamente i fenomeni di espansione e di recessione.

Secondo Graziani il caso della Gran Bretagna, afflitta da una debolezza cronica nella bilancia dei pagamenti, spinse Kaldor ad applicare alle economie aperte il suo modello di distribuzione del reddito, formulando il famoso circolo virtuoso delle esportazioni : un aumento delle esportazioni, ottenuto anche mediante una svalutazione, consente di espandere la produzione : grazie ai rendimenti crescenti, i costi unitari cadono e la maggiore competitività consente di guadagnare ulteriore terreno nei mercati esteri, creando un avanzo nella bilancia commerciale. Poiché un avanzo esterno equivale ad un investimento e gli investimenti determinano i profitti, gli imprenditori ricevono ulteriori stimoli ed il processo si riproduce. Di qui il favore con cui Kaldor considerò sempre la gestione dei cambi esteri come strumento per il controllo della produzione e dell’occupazione. Kaldor fu anche il primo a riconoscere che, nel caso dei paesi in via di sviluppo, nessuna politica dei cambi potrebbe far nascere dal nulla una struttura industriale inesistente : la protezione doganale sia pure temporanea del mercato diventa allora necessaria. Kaldor secondo Graziani non ritenne mai che le autorità monetarie possano controllare la quantità di moneta : non possono espanderla, perché maggiore quantità di moneta implica maggiore credito bancario e le imprese potrebbero rifiutare di indebitarsi ; non possono ridurla perché distruzione di moneta implica un rimborso effettuato da un impresa a corto di liquidità. Kaldor auspica una politica di tassi di interesse moderati, non tanto allo scopo di stimolare le decisioni d’investimento, quanto per evitare la formazione di una classe di rentiers improduttivi. Il problema acquista rilievo ancora maggiore in relazione al debito pubblico, perché tassi elevati aggravano l’indebitamento dello stato.

 

Pubblicato il 26/10/2010 alle 12.15 nella rubrica Comunismo.

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