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Denis : la concorrenza monopolistica

Sia le conclusioni di Harrod che la teoria di Kaldor, per l’attenzione data ai processi decisionali delle imprese rivelarono un punto debole nell’analisi di Keynes che andava approfondito : il processo di formazione dei prezzi. Keynes non aveva proposto sostanziali cambiamenti in questo campo alla teoria neoclassica e aveva in modo implicito accolto la tesi che i produttori subissero i prezzi. Nella fase dello scambio gli stessi soggetti che determinavano l’andamento delle principali grandezze economiche apparivano semplici recettori di meccanismi e di decisioni impersonali sui quali non potevano esercitare alcun potere. Bisognava proseguire perciò lungo la strada degli studi sulla concorrenza monopolistica intrapresi da Kalecki, Chamberlin e Joan Robinson. Questi contributi confermavano l’esistenza di un potere decisionale degli imprenditori capitalistici i quali oltre ad avere la responsabilità di stabilire cosa e quanto produrre, potevano in particolari condizioni di mercato fissare anche i prezzi. I mercati furono così distinti in due grandi categorie : quella dei mercati concorrenziali o flex-price nei quali i prezzi si formavano nel modo previsto dalla teoria tradizionale e quella dei mercati monopolistici o di concorrenza imperfetta o fix-price, nei quali i prezzi erano amministrati dalle imprese tenendo conto di due variabili : il costo di produzione normale e il margine di profitto (mark-up) che consentiva di finanziare l’espansione dell’attività produttiva. Posta questa distinzione l’analisi fu portata verso un maggiore approfondimento delle scelte imprenditoriali  relative alle componenti del prezzo nei regimi di concorrenza imperfetta.

 

 

Le conclusioni raggiunte rafforzarono le tesi di Keynes sulla centralità delle decisioni di investimento anche avendo come termine di riferimento la singola impresa. Infatti il costo normale fu collegato al grado di utilizzazione atteso della capacità produttiva (confermando l’opinione di Keynes che i cambiamenti della domanda del breve periodo non avessero una influenza diretta sul prezzo perché le imprese adeguavano l’offerta mantenendo fissi i prezzi). Il margine di profitto invece fu fatto dipendere dalle strategie di crescita delle imprese nel lungo periodo e dall’eventuale maggiore convenienza dell’autofinanziamento rispetto al finanziamento esterno. Le decisioni delle imprese sui prezzi furono così collegate alle decisioni di investimento e viste come il risultato di calcoli di convenienza che investivano la previsione della domanda del bene veduto, il presumibile saggio d’interesse medio del mercato e il prevedibile andamento dei salari.

 

 

Pubblicato il 27/10/2010 alle 11.33 nella rubrica Comunismo.

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