Blog: http://pensatoio.ilcannocchiale.it

Denis : modelli di crescita economica

C’è comunque una obiezione di fondo per i costruttori di modelli : essi ambiscono a definire una spiegazione meramente endogena del processo evolutivo delle economie capitalistiche : una spiegazione che sia tale da giustificare ogni periodo dell’evoluzione economica sulla semplice base di quello precedente e così di seguito all’indefinito prescindendo dall’intervento di un qualsiasi fattore esterno. A questo proposito Schumpeter parla ironicamente di un ciclo che comporta e pretende un impulso iniziale, un qualche perturbamento intervenuto nell’industria della produzione delle mele al tempo di Adamo ed Eva nel paradiso terrestre. L’idea di una spiegazione puramente endogena del ciclo non è altro che una nuova manifestazione di quel concetto della scienza economica libera da ogni legame con la storia e capace di formulare delle leggi universali del tipo di quelle della fisica. Tale concezione è però erronea perché i fatti economici sono connessi in modo indissolubile all’insieme degli avvenimenti sociali e perché questi subiscono costantemente delle trasformazioni delle quali nessun modello matematico è in grado di rendere conto. Da questo punto di vista un modello come quello di Fellner è già meno criticabile perché l’autore fa intervenire il progresso tecnico e dunque un fattore esterno come elemento essenziale della propria impostazione teorica. Anche in Fellner tuttavia non è dato di riscontrare alcuna discussione generale intorno ai fattori storici che potrebbero avere la capacità di ingenerare e di mantenere lo sviluppo delle economie capitalistiche. In particolare quando si tratta di valutare le possibilità di sviluppo dei paesi del terzo mondo ci si accorge ben presto che i modelli astratti sono inefficaci, per cui spesso gli economisti affrontano il problema dello sviluppo e dell’avvenire del capitalismo ispirandosi più al metodo degli storici e dei sociologi che non agli schemi degli economisti matematici.

 

 

Si può così comprendere che, nonostante gli sforzi notevoli sviluppati dai teorici del ciclo, le politiche economiche governative siano rimaste essenzialmente empiriche. Dopo il 1933 esse sono molto superiori e sono adeguate ad attenuare le fluttuazioni cicliche. Basti pensare al fatto che i governi, quando si preannuncia una crisi, aumentano le loro spese invece di ridurle come si faceva un tempo. Nel valutare però l’entità dell’aumento delle spese pubbliche si procede nell’ambito di un piano prevalentemente indicativo.

I modelli dello sviluppo pongono l’accento sul fatto che una economia capitalistica debba svilupparsi ad un certo ritmo se non vuole precipitare in una situazione che diverrebbe rapidamente insopportabile. Non è più possibile pensare ad uno stato stazionario, dal momento che si frenerebbe l’investimento quando l’ammontare di risparmi sarebbe ancora cospicuo e ciò determinerebbe la recessione. Tuttavia né Keynes né i suoi discepoli ci forniscono una analisi soddisfacente dei motivi dell’investimento e quindi dei fattori che determinano lo sviluppo.

Attualmente si collega al pericolo delle crisi e delle recessioni quello costituito da un ritmo medio di sviluppo insufficiente in un lungo periodo di tempo. Tale pericolo di stagnazione era stato già denunciato da Alvin Hansen che nel 1938 aveva pronosticato questo esito dicendo che avrebbe determinato una disoccupazione insopportabile. Tale previsione non si è realizzata a breve, ma potrebbe essere messa in relazione con la stagflazione degli anni ’70.

Lo sviluppo economico pretende degli interventi continui da parte dello stato e soprattutto un incremento costante della spesa pubblica, ma gli economisti si domandano se un tale processo possa proseguire all’infinito.

Hansen sottolinea che le economie capitalistiche mature sono ormai entrate in una fase in cui si manifesta una tendenza nettissima all’arresto dello sviluppo della produzione. Gli investimenti divengono quanto mai esigui soprattutto se si eccettuano quelli per la costruzione di abitazioni e per i lavori pubblici. Un simile fenomeno dipenderebbe da tre cause :

·         In primo luogo non vi sono più nel mondo terre ricche e disabitate da occupare

·         La popolazione dei paesi industrializzati tende a divenire stazionaria

·         Il progresso tecnico per la sua realizzazione non ha più bisogno di tanti capitali come ne aveva un tempo

Se il capitalismo vuole sopravvivere deve trovare nuove occasioni d’investimento, mentre la tendenza ad aumentare gli investimenti pubblici spinge l’economia verso forme di socialismo.

 

 

Pubblicato il 3/11/2010 alle 11.51 nella rubrica Comunismo.

Il Cannocchiale, il mondo visto dal web