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Teoria : i segni come tracce per la metafisica

Frege ha buon gioco nel dire che diverse espressioni matematiche hanno la stessa denotazione. È giusto dunque porre attenzione al fatto che diverse espressioni non implicano diversi oggetti denotati. Ma da ciò non deve derivare una completa sottovalutazione del livello segnico del linguaggio. Se è vero che diverse espressioni possono avere una stessa denotazione, ciò non vuol dire che la diversità delle espressioni sia assolutamente irrilevante a livello oggettivo. Una ipotesi può essere ad es. che la diversità delle espressioni faccia riferimento a diverse proprietà o relazioni che fanno riferimento allo stesso oggetto denotato. Così si può dire che 4 possa essere al contempo la somma di (2+2) ed al tempo stesso la differenza di (7-3).

Dunque probabilmente nella dimensione semantica si trova la spiegazione delle differenze esistenti tra le proprietà dei segni (ad es. quella di essere molteplici) e quelle degli oggetti denotati (ad es. quella di essere unici nonostante le diverse espressioni usate per designarli).

La semantica può essere anche la dimensione in cui si consuma e forse si risolve il mistero della forte compenetrazione tra segno e noema (intendendosi per “noema”un oggetto designato sussistente solo a livello ideale).

 

Inoltre, va problematizzata la tesi di Frege per cui i segni sono soltanto i veicoli materiali del significato. Infatti una buona storia della notazione matematica induce a dei seri dubbi in proposito : l’elaborazione della notazione indo-araba ha evidenziato altre proprietà dei numeri ed ha reso possibile altre scoperte matematiche. In realtà neanche i segni sono nostra esclusiva proprietà, né le implicazioni che il loro uso comporta costituiscono un insieme finito e chiuso di elementi, il cui dominio sia del tutto prevedibile. Propria del soggetto è solo l’ulteriorità, cioè l’atto che di volta in volta si appropria di oggetti e ne fa segni per altri oggetti.

 

Pubblicato il 21/2/2011 alle 11.37 nella rubrica Epistemologia.

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