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Uno standard retributivo europeo secondo Emiliano Brancaccio

L’articolo di Emiliano Brancaccio su uno standard retributivo europeo è l’ultimo contributo sinora dato da questo giovane economista che con sagacia ed acutezza cerca di ricostruire una concezione economica per la sinistra radicale, sintetizzando elementi della scuola post-keynesiana e della tradizione marxista.

In questo articolo Brancaccio nota che sembra oggi molto ingenua la concezione di Blanchard e Giavazzi per i quali l’ampliamento degli squilibri commerciali tra paesi europei sia un sintomo virtuoso della maggiore integrazione finanziaria della zona euro. Sembra infatti prendere quota un’altra lettura per la quale la crisi dell’unità europea non deriva solo da finanze pubbliche sbilanciate, ma ad uno squilibrio nei rapporti di debito e credito tra i paesi della UE.

Esiste cioè una profonda asimmetria tra economie forti ed economie deboli dell’area,  asimmetria che determina surplus crescenti per la Germania a fronte di deficit commerciali sistematici per i paesi periferici dell’UE. Tale squilibrio può essere una minaccia per la futura tenuta dell’unione monetaria.

 

 

 

La causa di questi squilibri potrebbe essere una divergenza tra i costi del lavoro per unità prodotta tra i vari paesi dell’unione. L’economista Charles Wyplosz ha respinto questa spiegazione dicendo che il cambiamento relativo del costo unitario del lavoro della Germania (anche se è vero che i salari sono cresciuti pochissimo rispetto alla produttività) non ha quasi mai superato i 10 punti percentuali. Data la bassa elasticità delle bilance commerciali ai costi del lavoro, Wyplosz conclude che le variazioni di questi ultimi sono state troppo modeste per rientrare tra le determinanti principali degli squilibri intra-europei.

Brancaccio però osserva che, se il problema consiste nel verificare la robustezza della zona euro di fronte all’eventualità di nuovi attacchi speculativi, allora si deve tener presente che gli operatori sui mercati finanziari elaborano le loro strategie anche alla luce degli andamenti attesi delle principali variabili economiche. Dunque si dovrebbe tener conto non solo degli squilibri commerciali già registrati, ma anche dei fattori che possono concorrere ad accentuarli ulteriormente in futuro.

Guardando alla proiezione delle tendenze in atto per gli anni futuri, la divaricazione tra i costi unitari del lavoro assumerebbe ben presto dimensioni eccezionali. In particolare, il costo unitario del lavoro in Germania diminuirebbe, mentre ci sarebbero incrementi estremamente accentuati in Irlanda, Spagna, Italia, Grecia e Portogallo. Probabilmente si genereranno divari di competitività senza precedenti con una mezzogiornificazione delle periferie europee, con desertificazioni produttive e migrazioni di massa.

Vi è chi ritiene questa eventualità una conseguenza logica del processo di centralizzazione dei capitali europei che è in atto da tempo e della connessa tendenza all’egemonizzazione tedesca dell’Europa.

Per Brancaccio il secondo limite dell’analisi di Wyplosz verte sul fatto che egli esamina le divergenze tra i costi unitari guardando soltanto ai loro effetti sui prezzi relativi e quindi sulla competitività dei paesi della zona euro. Egli cioè trascura il fatto che i mutamenti nei costi monetari unitari possono avere implicazioni anche sui margini di profitto e quindi sulla distribuzione del reddito. Se in Germania il costo monetario del lavoro per unità prodotta si riduce può accadere che le imprese tedesche decidano di ridurre i prezzi ma può anche darsi che scelgano di aumentare i margini di profitto. Se si fa questa seconda scelta, la quota salari si riduce e la quota profitti aumenta. Poiché la propensione al consumo sui salari è più alta della propensione al consumo sui profitti, si verificherà in Germania un calo della domanda e delle importazioni e quindi un ulteriore aumento del surplus commerciale tedesco.

Si può contrastare questa tendenza ? Quale meccanismo può arrestare l’ampliamento della forbice tra i costi ? Attualmente in Europa vige ancora l’idea che il mercato da solo sia in grado di correggere spontaneamente gli squilibri. Si esorta ad accrescere ulteriormente nei paesi più deboli la flessibilità del mercato del lavoro e ad abolire ciò che resta dell’indicizzazione dei salari. Brancaccio però commenta che questo inseguimento della Germania nella corsa al ribasso dei costi non ha né può mai attenuare gli squilibri, ma al massimo può far piombare l’Europa in un uova recessione.

Brancaccio perciò propone uno standard retributivo europeo e cioè l’obbligo dei paesi membri dell’unione europea a garantire una crescita delle retribuzioni reali (includendo beni e servizi collettivi garantiti dallo stato sociale) almeno uguale alla crescita della produttività del lavoro. In questo modo s’interromperebbe la caduta della quota salari in Europa e si eliminerebbe la tendenza recessiva che da essa consegue. Al di sopra della crescita minima lo standard legherebbe la crescita delle retribuzioni reali agli andamenti delle bilance commerciali : i paesi caratterizzati da surplus commerciale sistematico dovrebbero essere indotti ad accelerare la crescita delle retribuzioni rispetto alla crescita della produttività, al fine di contribuire all’assorbimento degli avanzi con l’estero. I paesi nei quali gli andamenti del rapporto tra retribuzioni reali e produttività fossero divergenti rispetto allo standard dovrebbero essere sottoposti a sanzioni.

Brancaccio conclude che la sua proposta di standard retributivo segue la lezione keynesiana secondo cui la crisi può essere scongiurata solo se il peso del riequilibrio commerciale viene spostato dalle spalle dei paesi debitori a quelle dei paesi creditori, attraverso un espansione della domanda da parte di questi ultimi, più che una contrazione da parte dei primi.

In questo contesto l’interesse generale dell’unità europea coincide con l’interesse complessivo e convergente dei lavoratori, siano essi tedeschi, italiani o greci, nonostante la divergenza tra i rispettivi costi unitari del lavoro.

Per quanto riguarda l’attuabilità politica di questa riforma, Brancaccio la subordina alla sua assunzione da parte delle sinistre europee ed al suo collegamento con le iniziative già esistenti sul salario minimo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pubblicato il 21/3/2011 alle 16.9 nella rubrica Comunismo.

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