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Non esiste disoccupazione volontaria

La teoria neoclassica parla di disoccupazione volontaria in quanto i lavoratori  giudicavano la disutilità del lavoro maggiore dell’utilità del salario, o perché in seguito ad accordi i lavoratori decidevano limitando così la concorrenza di non accettare salari al di sotto di un limite prefissato. In entrambi i casi la disoccupazione era definibile come volontaria. Infatti sarebbe stato sufficiente valutare in modo diverso la disutilità del lavoro oppure abbassare il livello minimo contrattuale, per indurre un aumento della domanda di lavoro degli imprenditori e ridurre così la disoccupazione ad un minimo trascurabile derivante dagli attriti connessi al ricambio di manodopera.

 

 

In realtà il primo caso (la disutilità del lavoro maggiore dell’utilità del salario) è un caso quasi impossibile in quanto il salario non dovrebbe nemmeno garantire quel pacchetto di beni necessario alla riproduzione della forza lavoro. Dunque si tratta di un’ ipotesi puramente immaginaria. E anche nel caso in cui il salario non garantisce tale pacchetto, comunque il disoccupato tende a lavorare in cambio di una parte di salario sufficiente (ripromettendosi di procurarsi in altro modo quel che manca). Solo se il disoccupato ha un’altra fonte di reddito o si riesce a procurare in altra maniera il pacchetto di beni necessario alla sua riproduzione, allora si ha un rifiuto del lavoro. In questo caso però non ci sarebbe disoccupazione ma inoccupazione oppure lavoro nero. In entrambi i casi ci troviamo di fronte comunque ad un problema sociale consistente in una inadeguata domanda (il lavoro mero è meno remunerato) e in una illegalità del mercato del lavoro.

Più realistica è l’ipotesi degli accordi con cui non si accettano salari al di sotto di un minimo prefissato. Ma parlare di volontarietà in questo caso è un marchiano errore logico. La disoccupazione volontaria presuppone la volontarietà di chi rimane disoccupato e non quella dei lavoratori che non accettano un salario minore di un limite prefissato.

E pure dire che si tratti dei lavoratori garantiti che non consentono l’ingresso dei disoccupati non è del tutto corretto. Infatti l’occupazione è il risultato del rapporto tra il livello salariale e il fondo salari disponibile. Se il livello salariale dipende dalla volontà dei lavoratori, il fondo salariale disponibile dipende dalla volontà dei datori di lavoro. Sbaglia quindi a questo proposito anche Keynes quando dice che il volume dell’occupazione dipenda solo da un certo livello dei salari reali. Egli considera, così dicendo, il fondo salari disponibile come un valore dato incontrovertibilmente, mentre dipende dalle scelte di investimento dell’imprenditore e dalla composizione organica di capitale che quest’ultimo vuole impostare.

 

 

Pubblicato il 22/3/2011 alle 16.13 nella rubrica Comunismo.

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