Blog: http://pensatoio.ilcannocchiale.it

L'anarchismo ? Meglio quello metodologico...

Edoardo Acotto (un tipo per il resto simpatico e sensibile), nel corso di una discussione sull’importanza filosofica delle scienze cognitive e del rapprto tra filosofia e scienze,ha sottoposto ad alcune critiche il testo di una mia conferenza sulla filosofia della mente.

Egli afferma che a lui non risulta che Wittgenstein abbia “dissolto” il mentale, ma semplicemente ne ha posto la non oggettivabilità fuori da determinati giochi linguistici (che per lui non comprendevano le neuroscienze). A questa osservazione rispondo che la questione filologica può essere affrontata con più tranquillità. Vale la pena notare però che alcuni filosofi, appartenenti alla stessa comunità costituita in parte proprio da Wittgenstein (si pensi a G. Ryle e N. Malcolm, il quale parla di tecnica di W. per dissolvere i fenomeni mentali ), hanno, sulla scia delle riflessioni del pensatore austriaco, effettuato proprio una operazione di dissoluzione del mentale in una serie di convenzioni linguistiche. Quando Acotto dice che il mentale per Wittgenstein non è oggettivabile al di fuori di determinati giochi linguistici cosa intende ? Quale importanza hanno per Wittgenstein i giochi linguistici in cui il mentale è oggettivabile all’interno di una intrapresa conoscitiva ?

Quanto alla struttura autoreferenziale della coscienza, nel testo della conferenza si dice semplicemente che la struttura autoreferenziale non è propria solo della coscienza, ma di tutta un’altra serie di oggetti che sono propri della filosofia e della religione (Dio, il logos, il concetto, l’essere), per cui si può dire che, se anche la mente ha una struttura autoreferenziale, questa struttura non è lo specifico della mente.

Non si capisce poi perché si debbano considerare (come sembra fare Acotto) le immagini mentali solo in relazione all’attività cerebrale e non si possa invece analizzarle per come esse si danno, fenomenologicamente. Questo darsi non è qualcosa di impegnativo per valutare la natura di tali immagini e della mente che dovrebbe essere l’insieme che le contiene. Il problema è : si danno delle immagini mentali ? Dalla risposta a questa domanda si può vedere se è possibile il confronto filosofico tra una posizione dualista ed una posizione monista. Se qualcuno nega il darsi delle immagini mentali, c’è semplicemente l’impossibilità di confronto con chi invece asserisce che a lui sono date delle immagini mentali. Spesso si fa confusione tra il considerare le immagini mentali come causate da stati cerebrali, il considerare le immagini mentali come versioni epifenomeniche di stati cerebrali ed il considerare infine le immagini mentali come assolutamente non esistenti. La terza tesi sembra quella che Acotto attribuisce ad una teoria dell’identità, ma questa tesi non può essere confrontata con quella dualista perché ognuna di esse ha almeno una premessa che è contraddittoria con la premessa accettata dall’altra tesi.

Se ammettiamo che siano date immagini mentali, si può poi discutere della loro relazione con gli stati cerebrali o con altri eventi del mondo fisico. Quello che è secondo me assurdo è proprio l’eliminativismo, a meno che non sia possibile che ci siano alcuni esseri umani a cui non siano date immagini mentali e la conseguenza in questo caso sarebbe solo che non ci sarebbe una teoria unitaria con cui spiegare alcuni eventi che riguardano la vita umana.

Si può anche non presupporre l’esistenza di due livelli separati, ma si deve presupporre (sempre che non si neghi che siano date immagini mentali) l’esistenza di fenomeni tra loro diversi (le immagini mentali e gli stati cerebrali) e ci si può chiedere quale sia il tipo di rapporto esistente tra di essi.

Il fatto che si dica “il cervello computa” (un lapsus interessante quello di Acotto) a mio parere non è un semplice ed innocente espediente comunicativo. Si tratta invece di una sorta di linguaggio (come il gramelot di Dario Fo) che permette al riduzionismo di risultare più plausibile, in quanto i termini che evidenziano il carattere psichico di alcuni oggetti o di alcuni eventi (o atti) vengono trasferiti  dalla mente a quegli oggetti o processi fisici inseriti in una operazione che vorrebbe però del tutto togliere la dimensione psichica dal vocabolario delle scienze (si pensi a Churchland). Dunque il gramelot suddetto serve a buttare la polvere sotto il tappetino, o meglio a presentare il babau fisicalista come se fosse doppiato da Cristina D’Avena. Il cervello è tutto, ma è panpsichista a seguito di un contratto pubblicitario.

Quanto alla mia presunta tecnofobia, si tratta di una svista del lettore (che ci ha ricamato poi una sua personalissima pippa sul “che ne sai tu di un campo di grano…”). Infatti ho detto che non l’IA, ma la sfida all’IA, la discussione sull’IA diventano un pretesto per ristabilire le gerarchie tra gli uomini. La macchina da cui fuggiamo è la rappresentazione demoniaca che ci siamo fatti della tecnologia.

Quanto alla visibilità del dominio, Acotto parla per sé e crede di poter parlare per tutti. Così l’esperimento scientifico non dimostra niente (e siamo anche d’accordo), ma l’anarchia (felicemente priva di dialettica) consente uno sguardo immediato e limpido sulla realtà sociale ed assegna anche le responsabilità a destra e manca. Cosa si veda non si sa, ma non è importante : gli stati cerebrali sono lì. Speriamo ci sia pure il Quarto.

 

 

Quanto alle questioni dei rapporti tra scienza e filosofia, i filosofi attendono gli scienziati alla dogana del linguaggio storicamente comune, e questo perché gli scienziati, quando riportano in quel linguaggio tutta la loro scienza, ritornano ad essere vittime di tutti gli idola con cui dicono di aver combattuto nel corso della ricerca. Non è tutta colpa loro. Anche se gli stronzi, visto che leggono male quello che scrivono i loro interlocutori e fanno filosofia peggio dei filosofi di cui parlano male, forse sono loro.

Penultima cosa : perché non ho citato il giovane Dennett. Sono in difetto e dovrei approfondire ma uno che dice in nota alla fine di un paragrafo sulle immagini mentali “non avendo trovato niente che abbia i tratti di immagini vere e proprie, neppure al livello personale, possiamo allora concludere che ‘immagine mentale’, in quanto espressione referenziale, è priva di valore sotto qualsiasi circostanza”, beh, credo che sia uno di quei casi di individui con cui sia inutile confrontare le rispettive esperienze.

Questo non vuol dire che si rifiuti il dialogo con gli scienziati. L’importante è che nessuno venga all’appuntamento con la boria del creditore. Anche perché qui siamo tutti cattivi pagatori.

Ultima cosa : sono marxista, ma non penso ci possa essere una visione marxista del mondo. Il marxismo cerca di costituire un orizzonte in cui l’atteggiamento teoretico venga accantonato e dove il sapere rientri nelle pratiche (Marx direbbe “nella prassi”) attinenti all’intersoggettività, all’emancipazione, di cui uno dei soggetti è la cosiddetta comunità scientifica. Da buon platonico credo che l’attività teoretica vada mantenuta, ma come livello personale di elaborazione, come momento eccentrico rispetto al legame sociale, come fuga creativa in attesa di una nuova modulazione del legame sociale stesso. Dunque non sono metafisicamente un materialista, né penso che la scienza possa risolvere problemi filosofici, anche se il filosofo può trarre spunto da essa per rielaborare la sua personale visione delle cose, di cui non può esservi trattato scientifico, bensì solo  una comunicazione che si rivolga a tutti, ma singolarmente. La scienza invece può risolvere problemi pratici e può organizzare meglio il lavoro sociale. Questo non vuol dire che non ci possa essere confronto tra filosofi né tra filosofi e scienziati. Il primo però va fatto senza principi precostituiti (e con libertà ermeneutica) ed il secondo sarà un confronto tra la scienza ed il linguaggio comune, a cui la prima si deve sempre inchinare, anche se ha licenza di rinnovarlo, non senza passare per un duro combattimento.

 

Pubblicato il 2/5/2011 alle 12.18 nella rubrica Epistemologia.

Il Cannocchiale, il mondo visto dal web