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Conto e racconto : la matematica egizia

La matematica egizia è comunemente considerata rozza, ma in tale giudizio non si tiene conto della scarsità dei dati archeologici a nostra disposizione e del fatto che i Greci hanno sempre esplicitamente fatto riferimento all’influenza che essi hanno ricevuto dalla cultura egiziana, dal tempo in cui il faraone Amasi consentì ai Greci stessi di costituire dei propri empori commerciali nella città di Naucrati (600 a.C. circa). A quanto pare, Erodoto, Ecateo, Pitagora, Democrito hanno a lungo soggiornato in Egitto. Inoltre ci sono nei non molti papiri tradotti riferimenti a concezioni spregiudicate della conoscenza: sia l’architetto Ineni che il funzionario Senmut (entrambi 1500 a.C.) parlano dell’opera della propria mente soggettiva, di immagini che non si trovano negli scritti degli antenati. Alcuni studiosi ipotizzano che ci fosse in Egitto una tradizione di matematica astratta, che nei periodi di decadenza veniva resa ritualistica ed esoterica.

La matematica per la civiltà egizia era indispensabile per il controllo delle piene del Nilo, per lo scavo dei canali e la costruzione di bacini idrici, per i censimenti, la riscossione di tributi, la distribuzione di terre e la costruzione di silos. Erodono dice che il faraone Sesostris faceva misurare l’estensione di terra danneggiata dall’inondazione per rimborsare i contadini; coloro che operavano le verifiche erano i c.d. “harpedonaptai” (tenditori di corde) ammirati dovunque e conosciuti anche da Democrito. La fonte principale della matematica è il c.d. Papiro di Ahmes, dove il contenuto per noi strettamente tecnico-didattico è presentato come “la penetrazione di tutto l’esistente, la conoscenza di tutti gli oscuri segreti”: sembra quasi che il Pitagorismo abbia tratto qui ispirazione e che tutto il mistero di questa conoscenza iniziatica si risolva nella matematica che noi studiamo a scuola: miracolo della prospettiva storica!

 

Pubblicato il 9/5/2011 alle 9.53 nella rubrica Conto e racconto.

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