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Lettera alla Cgil : il documento Epifani sulla crisi dei subprime

Prima di esaminare i fattori di questa crisi del debito pubblico degli Stati nazionali che in questo momento sta toccando l’Italia, è necessaria partire da uno dei passi iniziali del Documento Epifani che è risultato maggioritario nel congresso della Cgil del 2010.

 In questo documento si recita “ la Cgil ritiene che uno dei fattori fondamentali di questa crisi (ci si riferisce alla crisi mondiale dei subprime) consista nella crescita di disuguaglianze nei paesi ricchi, nello spostamento di quote crescenti di reddito dai salari ai profitti e da questi agli investimenti finanziari, mentre nei paesi in via di sviluppo siamo di fronte alla scelta di contenere la domanda interna. Così si determinano surplus finanziari sempre più grandi e sottratti alla domanda globale”.

Da questo passo si desume che per la Cgil (e non solo per la sua componente di minoranza) la crisi mondiale non era solo una crisi finanziaria che solo dopo si è riversata sull’economia reale, ma aveva i suoi presupposti nell’economia reale stessa e cioè in una iniqua distribuzione del reddito, distribuzione che privilegiava i profitti e depotenziava i salari.

 

 

Questa tesi era già condivisa dalla maggior parte degli economisti che criticavano il mainstream, ma anche da economisti come Paolo Sylos-Labini che dal 2002 aveva previsto una crisi derivante dalla bolla dei debiti privati negli Usa, bolla della quale una delle cause era appunto una cattiva distribuzione del reddito. Questa tesi viene ribadita anche da economisti e pubblicisti ortodossi, sia pure tra le righe (si vedano i saggi di Roubini, Onado, Garimberti e Rampini). Gli economisti schumpeteriani traducono questa crisi basata sull’insufficienza della domanda aggregata in una crisi  che ha tutti i caratteri della classica recessione in cui l’euforia finanziaria basata sulla prolungata espansione fondata sul grappolo delle innovazioni digitali ha infine incontrato il moloch della sovracapacità produttiva ed è crollata nel vortice tipico dei processi di deleveraging (Antonelli). Sergio Bruno sostiene che l’uso sbagliato  di una moneta nazionale (il dollaro Usa) come moneta di riserva e come mezzo di pagamento internazionale, anziché alimentare una maggiore domanda di merci ha provocato l’accumulo di risparmio sottoforma di stock di ricchezza relativamente liquidi. Oggi questi stock sono il nucleo forte degli investimenti speculativi, incrementati anche da una tendenza ad una formazione di risparmio monetario in eccesso rispetto a quanto usato per finanziare gli investimenti per crescita ed innovazione (questi sono in relativo declino). Il tutto costituisce il combustibile che propaga l’incendio innescato dagli speculatori professionali. La pervasività dei mercati finanziari sulla vita economica e sociale degli abitanti della Terra è per Fumagalli tale che l’accesso a porzioni sempre descrescenti di ricchezza sia condizionato direttamente e indirettamente dagli effetti distributivi e discorsivi che gli stessi mercati finanziari generano.

Si tratta comunque di teorie che si possono integrare tra di loro (la tesi della sovracapacità produttività si innesta facilmente nella tradizione marxista, e così pure la tesi dell’accumulo di risparmio in forma liquida).

 

Dunque, per affrontare il problema della crisi del debito pubblico, bisogna seguire tre processi che hanno riguardato l’economia mondiale e nostrana:

1.      Il decorso della crisi mondiale dei subprime

2.      Il vertiginoso aumento dei prezzi del petrolio e delle derrate alimentari dal 2000 al 2008.

3.      L’evoluzione del debito pubblico italiano dagli anni ’70 ad oggi.

4.      L’unificazione europea e le alterne vicende della UE.

Questi processi si sono tra di loro sovrapposti ed hanno portato l’Europa e l’Italia in questa difficile situazione.

 

Pubblicato il 26/9/2011 alle 11.30 nella rubrica Comunismo.

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