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Lettera alla Cgil : l'esigenza di centralizzazione dei capitali

A questo proposito Emiliano Brancaccio sostiene che il debito pubblico ed il vincolo dei costi fiscali e contributivi (così come dei costi salariali) dovrebbe piuttosto essere concepito alla stregua di una frusta capace di forzare quei processi di centralizzazione dei capitali che in Italia per lungo tempo sono stati colpevolmente ostacolati. La funzione del disavanzo pubblico dovrebbe essere quella di sostenere e guidare tali processi di riorganizzazione e di modernizzazione degli assetti del capitale nazionale. E tuttavia questa visione nasconde problemi non da poco in quanto quest’opera di riorganizzazione potrebbe portare alla perdita di molti posti di lavoro legati alla pletora di piccole e medie imprese (più o meno legali) che sarebbero sacrificate sull’altare della centralizzazione dei capitali. In realtà questa pars destruens sarebbe comunque opera della recessione (per cui il debito e i vincoli ad esso collegati sarebbero solo strumenti per pilotare la selezione), ma tuttavia  potremmo trovarci di fronte alla saldatura eversiva tra interessi dei lavoratori in nero e interessi dei padroncini e alla costituzione del brodo di coltura di un nuovo fascismo, di cui la Lega è già una anticipazione. Questa reazione non potrebbe che identificare in chi governa il cambiamento la causa della distruzione stessa e dunque un ipotetico governo di sinistra finirebbe per essere un capro espiatorio. Ciò non comporta ovviamente un affidare ad un utopistico libero mercato la responsabilità di regolare la selezione, ma a questo punto solo una rete di protezione sociale legata ad es. al reddito di cittadinanza potrebbe attutire gli effetti socialmente devastanti di tale via italiana al capitalismo oligopolistico.

 

 

Tuttavia i costi di un reddito di cittadinanza forse non sarebbero compatibili con la crisi del debito pubblico, a meno che uno sganciamento dall’euro non consentisse la creazione di una banca centrale capace di aggiungere autonomamente liquidità al sistema (la possibilità di un aumento moderato dell’inflazione è ormai tollerata anche da parte di molti economisti ortodossi quali Krugman ed in parte gli stessi Bernanke e Lagarde per i quali il rischio di recessione è maggiore di quello di inflazione). Un’altra ipotesi sarebbe di usare per il finanziamento del reddito di cittadinanza gli introiti derivanti da un aumento delle imposte sul patrimonio mobiliare e immobiliare. Una ipotesi del genere comunque presuppone un governo che abbia strumenti che consentano interventi rilevanti ed efficaci sull’economia italiana. Per cui tutto ciò è in antitesi con qualsiasi ipotesi di alienazione delle restanti partecipazioni azionarie dello Stato. A questo proposito Domenico Moro fa notare che sinora le privatizzazioni hanno smantellato o indebolito i pochi settori industriali dove l’Italia era all’avanguardia. Gli imprenditori italiani tendono a non investire capitale proprio e dunque ad indebitarsi, destinando così i ricavi a ripagare il debito e non ad investimenti ed innovazioni. Mentre in Telecom pubblica il 61,7% delle risorse erano destinato all’ammodernamento, in Telecom privatizzata solo il 31,8% è stato destinato allo stesso scopo. Moro evidenzia come i settori da privatizzare sono settori strategici per cui si potrebbe privare l’Italia del controllo sulla sua struttura produttiva. L’interesse alla privatizzazione dei gruppi statali nasce dal fatto che questi operano in mercati monopolistici e chi vi investirà potrà beneficiare di rendite di posizione con prezzi di monopolio che non saranno diminuiti dalla privatizzazione. Con lo spostamento dei capitali dai settori concorrenziali a quelli monopolistici, diminuiranno i già declinanti investimenti fissi nel manifatturiero, rendendolo ancora meno competitivo.

 

 

Pubblicato il 24/10/2011 alle 11.30 nella rubrica Comunismo.

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