Blog: http://pensatoio.ilcannocchiale.it

Lettera alla Cgil : cosa dovremmo fare ?

Di fronte a questo continuo esercizio della lotta di classe da parte del capitale e dell’irrazionalità collettiva di governi e di estese parti dell’opinione pubblica, un sindacato come la Cgil deve comunque essere consapevole di stare di fronte a scelte che riguardano non solo l’interesse dei lavoratori, ma la sua stessa sopravvivenza come organizzazione. Gli scioperi e le iniziative scadenzate dal nostro gruppo dirigente nazionale non possono bastare. Sono anni che la Cgil svolge opera di supplenza politica con una opposizione che considerare “di sua maestà” è ormai indice di ottimismo. Ebbene, purtroppo tale opera di supplenza non va solo continuata ma radicalizzata, dal momento che la crisi della sinistra politica è irreversibile ed il suo comportamento di fronte a questa crisi è stata la dimostrazione di una soggettività politica oramai in coma: si va dall’incubo (propagandato per sogno) di un governo tecnico di unità nazionale con Fini e Casini all’inseguimento dei ciclisti del giro della Padania.

 

 

In questo momento l’opposizione considera Berlusconi come uno dei fattori causali più rilevante dell’attacco speculativo verso l’Italia. Tenendo presenti le componenti emotive ed irrazionali dei mercati finanziari, potremmo pensare che le dimissioni di Berlusconi, oltre ad essere un evento positivo in sé, darebbero un po’ di respiro allo spread tra titoli del debito. Tuttavia in questo contesto la sua caduta è il prodromo di una situazione peggiore: quella di un governo di centro e/o tecnico che, comprendendo il Pd, attuerebbe una politica deflazionista in maniera più conseguente, avendo probabilmente il consenso anche della Cgil. In altre parole la politica deflazionista associata al consenso sociale sarebbe la condizione imprescindibile perché i mercati finanziari, invece di tenere costantemente in apnea il paese, gli consentirebbero di tenere la testa fuor d’acqua per qualche minuto. Il fatto che il Pd, sia pure con uno stile apparentemente diverso, sia il garante di politiche economiche autoritarie e di classe, è dato già dal fatto che non abbia per nulla discusso il metodo autocratico della BCE che ha minacciato di non sottoscrivere i titoli del debito pubblico in scadenza (applicando il famigerato art. 101 del Trattato europeo). Tale ricatto è stato il mezzo con cui la BCE ha imposto la politica economica ad uno Stato sovrano, al di fuori di ogni dettato della carta costitutiva della UE. Il fatto che il Pd si sia affrettato a criticare Berlusconi, senza congiuntamente criticare il comportamento della BCE la dice lunga sul fatto che il Pd ormai è un partito di centro che ha completamente cancellato tutto ciò che ancora aveva della tradizione di sinistra. Di questo la Cgil deve prendere atto e rendere definitiva e compiuta la sua autonomia politica. Perché ciò si realizzi non bastano dichiarazioni o asserzioni del fatto che tale autonomia già sussista. Ci vuole una dichiarazione programmatica in cui il vero e proprio interlocutore politico del sindacato in questa congiuntura non è il governo Berlusconi, ma è l’Unione Europea.

In sintesi si tratterebbe di rendere una grande piazza italiana come piazza Tienanmen ed occuparla ad oltranza. Sarebbe l’unico atto a non avere una valenza meramente ritualistica. Opzioni più diplomatiche (a meno che non si tratti di una serie di scioperi serrati) non fermerebbero i nostri interlocutori e quindi non fermerebbero l’ulteriore esproprio dei lavoratori e l’indebolimento decisivo della nostra organizzazione, che da questo momento in poi rischia di diventare in modo definitivo subalterna a Cisl e Uil. Questo senza volere enfatizzare le conseguenze catastrofiche di una politica restrittiva così cruenta: il decadimento definitivo del meridione d’Italia, lo scollamento dell’unità nazionale, il potenziamento di organizzazioni criminali e malavitose che potrebbero anche tentare di farsi rappresentare direttamente nella scena politica, la desertificazione di intere aree produttive, l’emigrazione di frange crescenti di giovani in percentuali ben maggiori di quelle attuali.

Come già detto, la Cgil si trova di fronte a scelte veramente epocali. Nel 1992 essa scelse di avallare una politica dei redditi deflazionista e tale politica ha comportato lo spostamento di quote del Pil dal salario ai profitti. Tale politica è stata anche il presupposto da un lato per porre i fondamenti della crisi che si sta evidenziando ora e, d’altro canto, per la salita al potere del populismo mediatico e reazionario di una delle classi dirigenti più vergognose della storia di questo paese, classe dirigente il cui metodo di lavoro ha con una facilità sorprendente contaminato intere schiere di gruppi dirigenti di partiti e sindacati di opposizione, che faticano a distinguersi da coloro a cui si oppongono. Una scelta che confermi l’indirizzo deflazionistico della nostra politica economica avrebbe conseguenze ancora più scellerate e farebbe ulteriormente degenerare la tempra morale di un’organizzazione che ha bisogno di ben altro che non l’entrata in sonno in qualche ente bilaterale. La ratifica della firma dell’accordo interconfederale non fa ben sperare, in quanto vincola al ribasso e sul piano angustamente nazionale gli obiettivi dell’organizzazione, sia per quanto riguarda le alleanze, sia per quanto riguarda gli interlocutori. Se è così, la nostra decadenza è ufficialmente iniziata, per quanto qualcuno potrebbe obiettare che abbiamo spostato questo inizio troppo in avanti.

 

Pubblicato il 28/11/2011 alle 11.18 nella rubrica Comunismo.

Il Cannocchiale, il mondo visto dal web