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Apologia

Da Strasburgo l'invenzione dell'«apologia»
Da maggio una Convenzione in seno al Consiglio d'Europa fornisce una confusa definizione del nuovo reato Diciannove firme in pochi mesi, tra cui quella italiana nel giugno scorso. Ma per la ratifica sono necessarie modifiche alle legislazioni nazionali
LUCA TOMASSINI
Pomeriggio del 21 luglio. In una Londra per la seconda volta sconvolta dalle bombe, presso la residenza del Primo ministro inglese a Downing street, un incontro da lungo tempo previsto aveva comunque luogo. L'Associazione dei funzionari di polizia (Acpo) proponeva direttamente a Tony Blair una lunga serie di proposte di modifica della esitente legislazione per la lotta al terrorismo. Tra queste l'introduzione dell'«istigazione indiretta a commettere atti terroristici», presentata in un comunicato diffuso successivamente come necessaria per permettere la ratificazione da parte della Gran Bretagna della Convenzione sulla prevenzione del terrorismo approvata in seno al Consiglio d'Europa nel maggio di quest'anno. E per meglio chiarire i suoi scopi l'Acpo aggiungeva che «l'introduzione di tale delitto allargherà significativamente gli scopi del reato di istigazione. Esiste una tendenza europea verso una legislazione di questo tipo della quale vorremmo essere un partner chiave».

Un buon esempio di come lotta al terrorismo non significhi solamente migliorare le capacità di reazione e prevenzione delle forze dell'ordine, ma anche perseguire nuovi e più larghi obiettivi attraverso istituzioni internazionali quali il G8, l'Unione europea e, appunto, il Consiglio d'Europa.

Con i suoi 45 paesi membri, quest'ultimo nasce come organizzazione finalizzata alla tutela dei diritti fondamentali (i suoi principali strumenti sono la Convenzione europea sui diritti dell'uomo del 1950 e la Corte di giustizia di Strasburgo che veglia sulla sua applicazione) e riunisce tra gli altri tutti i membri dell'Unione europea e gli Stati Uniti (nel ruolo di «osservatori»): una sede naturale, dunque, per l'armonizzazione attraverso trattati delle rispettive normative antiterrore.

Approvata nel maggio scorso, in pochi mesi la Convenzione sulla prevenzione del terrorismo è stata firmata da 19 stati: nessuno dei «grandi» tranne Italia (lo scorso 8 giugno), Gran Bretagna e naturalmente gli Usa, con tra gli altri Danimarca, Finlandia, Polonia, Spagna e Svezia. Di essi, ad ogni modo, neanche uno ha ancora provveduto alla ratifica, che il trattato condiziona alla effettiva introduzione nelle legislazioni nazionali del reato di apologia di terrorismo.

E proprio a questo, il vero cuore del Trattato, si riferiva l'Acpo nel suo documento.

Ma cosa significa «apologia»? E cosa significa «terrorismo»? Riguardo la prima l'articolo 5 del Trattato recita: «distribuzione, o comunque diffusione, di un messaggio al pubblico, con l'intento di incitare alla perpetrazione di un atto di terrorismo, qualora tale condotta, perorando atti specifici o meno, causi un pericolo che uno o più di tali atti siano compiuti». Una formulazione inquietante ma persino precisa a confronto con quella fornita nella prima versione del testo: «la pubblica espressione di apprezzamento, supporto o giustificazione di uno o più atti terroristici». Non va meglio per il secondo, così descritto nel preambolo: «atti che abbiano l'obiettivo, per la loro natura o il contesto, di intimidire seriamente una popolazione o costringere illecitamente un governo o una organizzazione internazionale a intraprendere o non intraprendere qualunque tipo di azione (sic!) o seriamente destabilizzare o distruggere le fondamentali strutture politiche, costituzionali, economiche o sociali di un paese o di una organizzazione internazionale». E è importante notare che quest'ultima definizione coincide quasi letteralmente con quelle della Decisione quadro sulla lotta al terrorismo dell'Unione europea (2002) e del ministro Pisanu nel suo «pacchetto».

Che l'introduzione del reato di apologia di terrorismo fosse uno degli obiettivi principali del Consiglio d'Europa e non solo lo si era capito fin dal novembre 2002, quando un Gruppo multidisciplinare creato dopo l'11 settembre 2001 lo include tra le priorità di una ricerca i cui risultati sono stati resi pubblici nel giugno del 2004. Attraverso un questionario agli stati membri veniva poi accertato che su 46 solo 3 (Danimarca, Francia e Spagna) prevedevano leggi specifiche ma soprattutto tra le risposte emergevano le preoccupazioni di alcuni di essi per le connesse minacce alle libertà di espressione e di stampa.

Preoccupazioni che hanno tra le altre cose spinto, così si legge in un rapporto del febbraio 2005, «numerose delegazioni» a chiedere e ottenere due essenziali modifiche al testo della Convenzione. In primo luogo la già citata riscrittura della definizione di apologia (ma la maggior parte dei paesi dell'Unione non la riteneva necessaria) e infine, significativamente, l'introduzione di un punto 7 del preambolo che specifica come il Trattato non sia «inteso incidere su principi affermati nelle legislazioni nazionali riguardanti le libertà di espressione e di associazione».

Comunque, nell'arco di tempo di un anno si è passati da una situazione in cui l'apologia di terrorismo era solo eccezionalmente prevista negli ordinamenti nazionali ad una in cui l'intera Ue ne sostiene formalmente l'introduzione, anche se forse senza lo stesso zelo del governo e della polizia inglesi.

La Convenzione costituisce quindi uno dei risultati più «avanzati» nel tentativo perseguito dagli USA e certamente dai membri europei del G8 di estendere i reati di terrorismo fino a coprire atti preparatori o di «sostegno».

E se si aggiungono al quadro i tentativi ad ogni livello di allargare indiscriminatamente la raccolta e la conservazione di ogni tipo di informazione ad una sempre più vasta platea di «soggetti pericolosi» (vedi ancora il «pacchetto» Pisanu, si parva licet), è difficile resistere al dubbio che nel mirino invece di qualche ago potrebbe finire l'intero pagliaio.


Pubblicato il 31/7/2005 alle 20.45 nella rubrica Articoli.

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