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Il ritorno di Hobbes

Il ritornodi Hobbes
GUGLIELMO RAGOZZINO
«Appuntamento a Samarra». Un racconto dei tempi delle Mille e una notte, ripreso da John O'Hara, lo scrittore americano, si intitola così. A Baghdad, Alì incontra un amico che appare terrorizzato. Interrogato, quello gli racconta di avere incontrato la Morte che lo ha minacciato. «Fuggi di qui, rifugiati a Samarra; torna quando ti chiamerò, tra qualche giorno». L'amico ubbidisce. Fatti pochi passi Alì incontra a sua volta la Morte. «Perché hai spaventato Ahmed?» le chiede. «Ma no, risponde quella. Era un gesto di sorpresa. Ho con lui un appuntamento domani, a Samarra». Come si può vedere, è la storia di Jean Charles de Menezes, il giovane elettricista brasiliano fuggito dal Minas Gerais perché voleva vivere lontano da un ambiente così violento e pericoloso. Rifugiato a Londra. Ucciso con cinque colpi alla testa, da presso, perché non avesse scampo, secondo la legge di Tony Blair, applicata da Jan Blair, il capo di Scotland Yard. Rifugiarsi a Londra per trovare un luogo sicuro ed essere ucciso dalla polizia locale, senza aver fatto niente è davvero un triste destino. Una consolazione postuma viene però da Piero Ostellino che nell'editoriale del Corriere della Sera di ieri, 25 luglio, mostra come anche per il «paradosso morale» di uno stato che spara ai suoi buoni cittadini invece di proteggerli, una soluzione esista. «Se all'intimazione delle forze dell'ordine il cittadino si comporta in un certo modo (non scappa, tiene le mani bene in vista, segue le disposizioni che gli sono impartite) non corre inutili rischi». Tanto meno aggiungiamo noi, se ha avuto l'accortezza di nascere in una famiglia con la pelle chiara, europea; o ariana, come si diceva un tempo. De Menezes invece, incautamente era un latino americano di pelle talmente scura da apparire, ambiguamente, un asiatico. E Ostellino prosegue e conclude: «In caso contrario e se è ucciso, la sua morte non è più un "paradosso morale"».

Sappiamo poco di Thomas Hobbes, se non che diceva ogni tanto «homo homini lupus» e pensava che per evitare la ferinità da lupi degli uomini, occorreva attribuire allo stato il monopolio della violenza. I liberali evoluti, e Ostellino tra essi, hanno poi ritenuto che il potere assoluto del re - dello stato - debba essere condizionato da leggi. A noi che poco sappiamo, verrebbe in mente che le leggi devono soprattutto essere rivolte a trattenere la forza dello stato. Invece altri, ben più liberali di noi, pensano che siano i cittadini a doversi dare regole: per esempio quella di non trovarsi mai sulla traiettoria dei giusti colpi sparati da chi ha il monopolio delle armi.

Da questo punto di vista abbiamo in Italia un'esperienza che può servire ai legislatori romani e padani del pacchetto sicurezza; e perfino i Blair inglesi e la loro regina, Whitehall e compagnia bella, possono ricavarne qualche riflessione sull'uso della forza. In Italia abbiamo avuto la notevole opportunità di studiare e mettere in pratica il nostro Hobbes con la legge Reale (654/75, di cui il prossimo 13 ottobre si celebrerà il trentesimo anniversario). Con la legge Reale - ministro repubblicano, di centrosinistra - polizia e carabinieri potevano sparare, senza poi dover spiegare perché lo avessero fatto. I morti ammazzati, dal 1976 al 1989 furono 237 e 352 i feriti come si può leggere alla pagina 2 del manifesto. Circa 130 persone furono uccise in assenza di reato o per resistenza, oltraggio e analoghe infrazioni che non meritavano la morte.

I morti per causa di terrorismo furono in quegli stessi anni tremendi 124, circa la metà dei morti ammazzati dalle forze dell'ordine, in omaggio a Hobbes. 120 dopo il debutto della legge Reale.

Una ipotesi mai smentita suggerisce che il terrorismo, arrivato in forze dopo la legge Reale, ne sia stato la conseguenza molto più che la causa.



Pubblicato il 31/7/2005 alle 20.58 nella rubrica Articoli.

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