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Alessandro dal lago

EDITORIALE
La civiltà del «prima spara»
ALESSANDRO DAL LAGO
Non sappiamo se il giovane brasiliano ucciso a Londra avesse davvero il visto scaduto. E' quello che ieri ha detto la Bbc. Dio non voglia che questa suoni come una giustificazione della polizia inglese. Ma sta di fatto che l'«errore» che ha fatto tanto «dispiacere» a Blair è tutto tranne che casuale. Jean Charles De Menezes «sembrava» asiatico o medio-orientale (e quindi era sospettabile), aveva un giaccone (e quindi era sospetto) e per di più si è messo a correre alla vista degli agenti (e quindi era colpevole, fino a prova contraria). Purtroppo non gli è stato data nessuna possibilità di dimostrare la sua innocenza. In questo episodio, che è considerato visibilmente trascurabile da tutti (davanti alla minaccia terroristica), c'è una logica terribile, che probabilmente produrrà altre morti «casuali» e non solo a Londra: la sospettabilità. Si è sospettabili, perché si appartiene a categorie «oggettivamente» pericolose in base all'età, all'aspetto (cioè al colore della pelle) e all'abbigliamento. E poiché i sospettabili, in un momento di paranoia collettiva e di priorità fanatica della sicurezza, sono considerati automaticamente pericolosi, diventano colpevoli e si possono abbattere. D'ora in poi, in linea di principio, l'unica protezione di un sospettabile dalla morte immediata è la freddezza delle pattuglie e degli agenti in borghese nelle strade, nei metrò e sui treni. È la stessa logica che presiede al comportamento delle pattuglie americane in Iraq. Nel dubbio, prima si spara e poi si vede.

È inutile che tutti, da Blair a Pisanu (come Bush nei giorni successivi all'11 settembre) si profondano in dichiarazioni tolleranti nei confronti dell'Islam moderato. L'equazione «aspetto medio-orientale uguale islamico uguale potenziale terrorista» è già in vigore, e si capisce che produrrà ancora abusi, sospetto generalizzato, morti «accidentali» e quindi ulteriori inasprimenti di quel senso di ostilità verso l'Occidente che dilaga al di là dei nostri confini e che si dice serpeggi anche tra i più giovani migranti.

Ma il fatto è che il sospetto è talmente generalizzato che ben pochi si interrogano su come noi trattiamo i migranti. Per aver preso le difese di un ragazzo maltrattato dagli agenti - qualcosa che chiunque di noi ha potuto osservare qualche volta nella propria città - un magistrato è stato letteralmente messo alla gogna. Nessuno si chiede se le angherie a cui qualsiasi straniero (anche quelli che ce la fanno) è stato sottoposto da anni e anni - una sospettabilità che precede di gran lunga il terrorismo - non possano alimentare un profondo senso di rivalsa. Se siano cioè gli sbarchi pericolosi, i Cpt, gli arresti facili, i visti negati o protratti all'infinito, il lavoro nero o schiavistico, le pagliacciate razziste ben più significativi del presunto dilagare di una teologia radicale. E se questa non sia la forma occasionale che il risentimento dei giovani stranieri assume in Occidente.

E se quindi le pagine e pagine di elucubrazioni sull'Islam che ci affliggono sui quotidiani siano solo una pigra variante dell'indifferenza in materia di diritto alla vita degli altri che sta diventando una nostra norma culturale. A chi attribuiamo quell'enorme maggioranza di morti civili che in Iraq non sono stati causati dal terrorismo? Al caso? E a chi le innumerevoli morti per mare dei migranti? Solo ai «trafficanti» di clandestini? Alle condizioni metereologiche?

Quella piccola uccisione nel Tube di Londra è un segnale, tra gli altri, della cecità politica e culturale di un mondo che, negando i diritti agli altri, prepara le proprie sciagure.




Pubblicato il 31/7/2005 alle 21.4 nella rubrica Articoli.

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