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Scienze e storia

HARD SCIENCE A BAGNOMARIA NELLA STORIA

                  

 

Un interessante libro del sociologo Massimiano Bucchi individua, sulla base della letteratura specialistica, una concezione canonica della comunicazione pubblica della scienza. Tale concezione parte dal presupposto plausibile del divario sempre più grande di conoscenze tra scienziati specialistici e le altre persone che hanno anche un’istruzione medio-alta, divario che ha caratterizzato gli ultimi tre secoli di storia della scienza e che ha avuto come esito una definitiva istituzionalizzazione del ruolo professionale degli scienziati.

La concezione canonica afferma che, data l’eccessiva specializzazione e complessità della scienza sia necessaria una forma di mediazione per rendere le conoscenze scientifiche più accessibili al volgo. Questa mediazione richiede l’intervento di una nuova figura professionale di stampo giornalistico che comprenda gli scienziati e comunichi le loro idee al pubblico. L’introduzione di questa terza figura è fondamentale per gli scienziati, perché permette loro di ritenersi assolutamente indifferenti ed estranei all’intera procedura di trasmissione. Secondo questa concezione, la comunicazione della scienza al pubblico si riduce ad un problema di competenza linguistica. Il discorso pubblico della scienza comincia nel punto in cui finisce il discorso scientifico e, quando è stata terminata la produzione di una conoscenza pura ed attendibile, questa può essere offerta ai non-esperti in forma semplificata.

Naturalmente questo modello non rispecchia interamente la realtà;di continuo molti scienziati (famosi e magari diventati meno produttivi dal punto di vista creativo) svolgono (naturalmente con credenziali più alte dei giornalisti) la suddetta funzione mediatrice: l’ hanno fatto (Einstein, Heisenberg, Bohr) e lo fanno ancora (si pensi ad Hawking ed a P. Davies). Inoltre, come Bucchi sottolinea, alcuni scienziati stanno sempre più spesso violando questa regola procedurale (che presuppone una scala graduale che va dal livello di comunicazione intraspecialistico a quello popolare passando per il livello interspecialistico e pedagogico): si pensi al clamoroso annuncio di Fleischmann e Pons sulla fusione fredda o alla diffusione dell’ipotesi di Alvarez sull’estinzione dei dinosauri.

Tuttavia questa concezione canonica della comunicazione scientifica continua a produrre i suoi effetti e molti di questi, secondo chi scrive, sono dannosi. Questo perché essa conferma la maggior parte degli scienziati in quell’ignavia che impedisce loro di riflettere sul linguaggio che usano per codificare le loro conoscenze, sul ruolo che essi hanno sulla comunicazione della scienza nel momento in cui fanno scienza. Segni di questa ferale pigrizia sono rintracciabili anche in un ennesimo tentativo (a mio parere non ben riuscito) di dialogo tra le cosiddette due culture e mi riferisco a “Contare e raccontare” scritto da Carlo Bernardini (fisico) e Tullio De Mauro (linguista). In questo testo Bernardini trasferisce i propri personalissimi (e leciti) limiti di volontà ad un livello oggettivo e dice ad es. che il fatto che il livello intraspecialistico di comunicazione sia inaccessibile ai non-specialisti è ovvio e che i colleghi che se ne rammaricano lo fanno un po’ scioccamente, e aggiunge che probabilmente ci sono lingue adatte e lingua inadatte alle scienze, una tesi analoga a quella dell’altrove vituperato Heidegger, quando questi diceva che le lingue della filosofia possono essere solo il greco o il tedesco.

E’ ovvio che il flusso dai linguaggi scientifici a quelli storicamente comuni (astrattamente definiti “linguaggio naturale”) e viceversa è un flusso molto vischioso. Ma non bisogna ritenere a priori che tale traduzione sia impossibile. Una prospettiva per cui bisogna introdurre un modello non gerarchico, ma fattivamente interattivo, di comunicazione scientifica coinvolge però non solo il rapporto tra due o più linguaggi, ma anche la riflessione filosofica (e forse ontologica) tra due dimensioni della conoscenza, se non della realtà. La questione del rapporto tra linguaggi scientifici e linguaggi storicamente comuni comprende la critica della scienza e dell’epistemologia svolta, prima ancora che da Feyerabend, da Husserl e da Whitehead. Una critica che è innanzi tutto rivolta ad alcuni dualismi che hanno irrigidito la vita e la circolazione della cultura: la duplicazione della natura in res cogitans e res extensa, quella delle qualità in primarie e secondarie, quella delle scienze in scienze della natura e scienze dello spirito.Per fortuna gli ultimi decenni hanno costruito diversi collegamenti tra domini sino ad allora tendenzialmente isolati: la dimensione storica sembra essere l’ambiente fluido in cui è possibile “ammorbidire” anche le scienze cosiddette “dure”, in quello che a nostro parere è un vero e proprio salto di  civiltà, analogo per più versi al passaggio (illustrato da Levi-Strauss) dal crudo al cotto: dal crudo delle due culture al cotto in cui le due culture si amalgamano in un raffinato impasto.

Cosa bisogna però aggredire inizialmente? E’ ovvio che il geroglifico più ostico per tale operazione è il linguaggio matematico ed è a questo che noi dobbiamo in prima istanza rivolgere la nostra attenzione. Per storicizzare la matematica non bastano le usuali storie della disciplina e ciò vale soprattutto per ciò che riguarda gli inizi. In tale caso è quasi impossibile pensare ad una storia interna, visto che la matematica arcaica è diluita in tutta una serie di pratiche materiali (costruzione di altari, osservazione del cielo, scansione del tempo, registrazione di merci, misurazione di terreni).All’interno di questo brodo primordiale, la matematica greca con il suo linguaggio geometrico e la sua sistemazione assiomatica costituirà una sorta di monstruum. Anche a questo proposito però la categoria di “miracolo” (usata anche per l’arte, la filosofia, la politica) è più il segno di un’incapacità storiografica di collegare la pratica matematica con altri universi di discorso (simbolico, filosofico, letterario) e con altre dimensioni della vita sociale (economia, politica, religione). Un antidoto a questo stallo di marca un po’ eurocentrica può essere lo studio di una storia parallela a quella della matematica greca, e cioè la storia della notazione numerica. Questa ricerca quasi aggira il “miracolo greco” e ci porta di fronte alle pratiche ibride e spurie della matematica extraeuropea.

Volendo fare un riassunto di questa storia possiamo dire che:

  1. All’inizio, come gli animali, l’essere umano conosce solo molteplicità concrete , totalità composte da pochi elementi , che non superano quella soglia percettiva oltre la quale sono facilmente possibili l’errore e la confusione. Ci troviamo di fronte a coppie, terzetti, oltre i quali v’è il mare magnum della molteplicità pura (simboleggiata dai numeri tre e quattro, oppure dai capelli etc.). Questo limite era possibile spostarlo leggermente in avanti. La conta più complessa diventa fattore di angoscia e di turbamento.
  2. Per computare molteplicità più grandi, si utilizza il conto per comparazione, che opera con corrispondenze biunivoche tra la molteplicità considerata ed altre molteplicità più maneggiabili (es. sassolini). Ciò consente di controllare le molteplicità stesse pur senza saper contare in senso proprio. Tali molteplicità sono omogenee ma discontinue (v. i sassolini) e non permettono la costituzione interiore di una nozione come quella di numero.
  3. A questo punto si verifica una biforcazione:        da un lato il corpo diventa strumento di computo, dall’altro la rappresentazione del computo stesso si comincia a registrare con tacche ed intagli su osso o su legno, creando gli antecedenti della cultura vera e propria. Si sviluppa dunque una separazione tra computo/calcolo e registrazione che sarà sanata solo al termine di questa grande impresa cognitiva. Al tempo stesso la conta con il corpo permette di serializzare le molteplicità su di una linea continua e di utilizzare le articolazioni corporee come scansioni differenti all’interno di un computo continuo, scansioni che diventeranno col tempo i numeri veri e propri (almeno nella versione ordinale). Inoltre il computo con tacche è una variante della conta per comparazione, ma una variante che porterà alla scrittura, cioè alla stabilizzazione di un rapporto semiotico tra due serie di entità ed alla interiorizzazione successiva del computo stesso. La compresenza tra computo somatico (che differenzia le scansioni) e registrazione ad intaglio (che interiorizza una delle serie che vengono comparate) faciliterà la sortita dei numeri cardinali veri e propri.
  4. Nel frattempo l’osservazione dei fenomeni celesti (il primo dei quali sarà quello delle lunazioni) contribuirà fortemente alla costituzione delle rappresentazioni numeriche, alla modalità del computo ed alla scelta successiva delle basi numeriche.
  5. La conta con il corpo si evolverà in rappresentazioni collettive con strumenti di comunicazione multimediali, quali la versificazione ed il canto. Tuttavia la nascita della scrittura darà grande impulso ad altre forme di rappresentazione numerica.
  6. Dalla conta con il corpo si va alla conta fatta con le mani, organo pieno di articolazioni, ottimo dunque sia per il computo semplice che per il calcolo. Con la conta con le mani si sviluppa la base 4 e soprattutto le basi 5, 20 (aggiungendo i piedi) e infine 10. L’interazione tra computo manuale e fenomeni astronomici porta all’adozione della base 12 e poi della base 60.
  7. La conta per tacche, per evitare le ben note confusioni percettive, porta all’elaborazione di simboli nuovi per determinate molteplicità (guarda caso 5 e 10!), inaugurando l’uso di simboli specifici che si svilupperanno nei numeri cardinali ed anticiperanno al nascita della scrittura.
  8. La scrittura vera e propria (che porterà al superamento delle molteplicità concrete) giustifica prima una notazione additiva, a simboli diversi per i vari ordini numerici. Il calcolo viene effettuato con procedure empiriche, quasi a tentativi ed errori.
  9. L’interazione tra notazione additiva e simboli specifici per ogni ordine numerico porta alla notazione moltiplicativa, mentre per il calcolo viene inventato uno strumento che sintetizza la mobilità dei sassolini e la struttura articolata ma continua della mano, e cioè l’abaco.
  10. Lo sviluppo della notazione moltiplicativa verso una scelta di basi numeriche più sistematicamente applicate (principio delle operazioni ricorsive), l’influsso dell’abaco inteso come schema operativo ed infine l’utilizzo sistematico di cifre specifiche per i singoli numeri (codifica in cifre) generano una nuova numerazione, detta posizionale. Questa consente di ottenere un numero qualsivoglia grande aggiungendo semplicemente un segno.
  11. La numerazione posizionale, comportando il problema della posizione (ordine numerico) vuota, necessita di un simbolo per l’assenza di numero che diverrà poi un numero vero e proprio: lo zero.

 

Quali sono invece le considerazioni di tipo storico e metodologico che possono derivare da tale excursus?

La prima è che questa sorta di microstoria della scienza può aprire un campo illimitato di studi, soprattutto nella direzione dell’enucleazione husserliana delle operazioni “originarie”, costitutive di senso, che hanno delineato i diversi universi del discorso scientifico. Naturalmente tale enucleazione non ci riporta ad un livello originario, ma semplicemente ci consente una o più operazioni ermeneutiche, nel senso di una scomposizione (smontaggio) del discorso che permetta nuove ricomposizioni, nuove elaborazioni ipotetiche in un processo di riappropriazione soggettiva (individuale e collettiva) del sapere. In quest’ambito assume senso lo scandaglio etimologico che ci può restituire un’accezione più elementare dei contenuti di scienze più specialistiche, senza incorrere però nell’errore di Heidegger (che riduceva tutta questa prassi allo scavo del greco antico, o del tedesco moderno, in una sorta di “imperialismo culturale”).

La seconda è che la storia della cultura è una storia che ha una forte dimensione collettiva, nel senso che l’individuo apporta certamente un contributo creativo ed originale, ma che una figura geniale “risolutiva” (tipo Einstein) è più un mito: quella che sembra tale è solo l’ultima di tante figure che hanno tutte insieme saturato lo spazio delle possibilità teoriche delineato da un problema

La terza è che la storia della cultura non è lineare, cioè non ci consente assolutamente di prevedere i fattori che promuovono uno sviluppo ed un progresso culturale, se non nel senso generico del mantenimento di una pluralità di tradizioni di pensiero, di investimenti forti nella produzione e nella riproduzione della cultura e infine dello sviluppo delle linee di comunicazione tra diversi ambiti cognitivi e le diverse dimensioni della prassi sociale. In pratica è sterile pensare che un modello concettuale debba esplicitamente competere con altri sulla base dell’assunto che esso incarni più degli altri la verità o lo spirito del tempo. L’interazione tra modelli di pensiero sarebbe meglio assumesse forme cooperative e portasse a nuove sintesi, o quantomeno se competizione creative debba esserci, essa va effettuata implicitamente sul terreno concreto del contributo che i singoli modelli ci danno per capire, prevedere, agire nel migliore dei modi possibili.

Quasi come corollario della tesi precedente, non c’è una vera e propria contrapposizione tra laicità e religiosità nel campo culturale: la religione può fare al tempo stesso da stimolo o da ostacolo a seconda della situazione, ma questo non può essere considerato in astratto. In realtà le invenzioni e le scoperte sono frutto dell’interazione di diversi universi simbolici, tra cui anche quello mitico-religioso. Oggi deve essere consentito ad ognuno di elaborare una propria visione-del-mondo in cui si possono ibridare diverse istanze concettuali e non è un caso che nel Novecento gli stessi scienziati hanno avuto diverse concezioni della vita, del mondo e della scienza senza avere alcun complesso di colpa.

La quinta considerazione è che tutte le rivendicazioni imperialistiche o nazionalistiche di scoperte, invenzioni modelli concettuali sono spesso capziose e forzate, ma soprattutto lasciano il tempo che trovano. Il processo cognitivo che ha portato all’attuale sistema di numerazione è un processo dove tutte le culture hanno portato qualcosa e dove il risultato è stato poi fruito da tutte le culture: il problema, infatti, non è tanto la produzione culturale, fenomeno cui si possono predisporre solo le condizioni che lo possano favorire (ma che non si può in alcun modo programmare), ma la riproduzione della cultura, che coinvolge interi sistemi educativi e formativi, ma che deve essere considerata parte integrante della produzione stessa ed in cui la filosofia stessa può giocare un ruolo.

La sesta considerazione è che il mondo della matematica almeno per quanto riguarda i suoi inizi non è affatto avulso dal contesto culturale circostante e da altri universi di discorso. Questa ricchezza mitica, simbolica, sociale del mondo matematico ci dà la speranza di ritrovare il filo rosso che può superare la famosa divisione delle due culture o meglio (per dirla con P. Odifreddi) delle due mezze culture. Se si riuscisse ad operare il collegamento effettuato in quest’ambito (quello dei sistemi di numerazione) con gli sviluppi successivi della matematica, potremmo dire di aver fatto dei grossi passi avanti

Settimo punto è la relazione che il mondo dei numeri e del computo intrattiene con il linguaggio parlato, con la dimensione psicologica e sociale del tempo, con il livello del corpo inteso come strumento simbolico ed infine con il potere e la sua istanza di controllo. Il numero sembra essere una soluzione di continuità tra questi ambiti sociali e culturali, uno strumento di conoscenza che fa luce su tutti questi contesti. Più che giaculatorie sulla natura estraniata di un presunto “sapere dell’Occidente”, tali implicazioni ci devono spingere a raffinare la nostra istanza critica, a selezionare strumenti di intervento cognitivo più calibrati per evitare ulteriori incrementi del grado di espropriazione del sapere inflitto alla collettività

Ultimo punto è che la tendenza ad individuare nel numero l’essenza della Realtà non è un portato esclusivamente occidentale: basti pensare all’ossessione Maya per il computo temporale, alla numerologia cinese (si legga Granet a tal proposito), e forse pure alla numerazione orale degli Indiani (uno dei sistemi filosofici più importanti dell’India, il Samkhya deriva il proprio nome proprio dal lemma indiano per “numero”).

La storia della notazione numerica è un laboratorio ideale di una prospettiva umanistica della scienza, in quanto i collegamenti con altre dimensioni del sapere e della vita sociale sono molteplici, ma anche perché la formazione della notazione numerica posizionale con lo zero ha contribuito fortemente a formare una tradizione matematico-aritmetica alternativa a quella greca (di impostazione geometrica), una tradizione ben più embricata con pratiche materiali e sociali umili e popolari, proprie del “mondo della vita”. Ancor di più la storia della notazione numerica, culminando con la scoperta/invenzione dello zero prepara all’introduzione nell’universo matematico di tutte quelle entità mostruose, impossibili citate da I.Toth (e che vanno dai numeri negativi a quelli complessi ed immaginari per arrivare ai transfiniti) che il razionalismo greco aveva rimosso, obliando la scoperta, fatta in ambito pitagorico, degli irrazionali. La presenza di queste entità è un primo collegamento tra l’universo di discorso matematico e quello metafisico-simbolico.

Inoltre la natura in prima istanza semiotica dello zero permette di introdurre nella matematica la problematica del rapporto tra linguaggio e metalinguaggio, quel rapporto che cioè ha generato i paradossi logici ma prima ancora i paradossi della metafisica, che Kant aveva criticato ed Hegel aveva configurato come motori del suo Sistema. Quest’ultima relazione consente di immettere, nel mondo delle entità matematiche, quel momento della riflessione speculativa che Hegel aveva in qualche modo escluso ratificando così una separazione improvvida della matematica dalla filosofia e dunque togliendo alla filosofia un ruolo che invece oggi deve riconquistare.

 

 

 

 

 

Pubblicato il 13/8/2005 alle 15.44 nella rubrica Epistemologia.

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