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DALLA GLOBALIZZAZIONE ECONOMICA ALLA GLOBALIZZAZIONE GIURIDICA

 

Premesse terminologiche

 

Internazionalizzazione dell’economia[1]

Insieme di flussi di scambio dei fattori di produzione tra due o più stati i cui agenti sono attori nazionali ed in cui un ruolo importante è giocato dalle autorità pubbliche nazionali.

 

Multinazionalizzazione dell’economia

Trasferimento e delocalizzazione del capitale (ed, in misura minore, del lavoro) da un’economia nazionale ad altri paesi.

 

Globalizzazione (o mondializzazione) dell’economia

Integrazione delle attività economiche su scala mondiale con la comparsa di soggetti economici transnazionali e con una riduzione del ruolo degli Stati Nazionali nella regolazione dei processi economici.

 

Dietro questi termini c’è una forte polemica tra le tesi di Negri e Hardt sull’Impero e quelle ad es. di G. Pala sulla persistente attualità della categoria di imperialismo2.

Non sbaglia del resto chi evidenzia che già Marx aveva descritto le conseguenze dell’internazionalizzazione dell’economia e previsto i successivi processi di mondializzazione3, mentre Lenin nella categoria di “imperialismo” riassumeva sia processi di multinazionalizzazione che di globalizzazione vera e propria dell’economia4

 

 



La fase attuale

 

Si può dunque dire che la categoria di imperialismo sia ancora analiticamente valida. Tuttavia da un lato il crollo del sistema del socialismo reale ha tolto uno dei fattori di rallentamento della rotazione e della rivoluzione del capitale a livello mondiale. D’altro lato le sempre più veloci innovazioni di prodotto e di processo accelerano sempre più questi tempi di rotazione e rivoluzione. Tale accelerazione rompe poi con sempre maggiore velocità i rapporti sociali che costituiscono le forme comunitarie preesistenti (siano esse pre-capitalistiche o collegabili a fasi capitalistiche precedenti)5. Quella che oggi viene chiamata “mondializzazione” è la manifestazione a cascata di tutti gli effetti sociali di questa accelerazione della velocità di rotazione e rivoluzione del capitale mondiale, manifestazione che riempie la sfera pubblica globale  grazie al progresso tecnologico ed alla mercificazione nel campo delle comunicazioni multimediali.

D’altronde l’imperialismo, nelle sue fasi successive, colloca il dimensionamento dell’accumulazione di capitale a livelli superiori a quelli dello stato-nazione e quest’ultimo (e le caste ad esso collegate) viene perciò messo in difficoltà soprattutto perché tale concentrazione di  capitale avviene a scapito degli impieghi interni, indispensabili per il mantenimento della stabilità interna e del consenso. Ciò genera un aumento del conflitto sociale interno agli stati ed un aumento della competizione inter-imperialistica tra stati, competizione che porta alla formazione di entità regionali più vaste degli stati-nazionali, quali ad es. l’Unione Europea. Le guerre messe in moto dagli Stati Uniti in questi 12 anni si situano all’interno di questa competizione e sono il tentativo quasi disperato di estendere la signoria (o la forte influenza) di uno Stato-nazione ad un livello ad un livello paragonabile a quello del livello di accumulazione del capitale considerato, pena una crisi interna probabilmente decisiva per i processi storici futuri.

D’altronde, senza voler trattare gli altri attori di questa competizione (tra gli altri Cina, Russia e Giappone), l’Europa può avere non pochi problemi dalla strategia militare Usa e del resto sembrano essere più forti i segnali di un’accelerazione del processo di normalizzazione del c.d. “mercato” del lavoro e della progressiva erosione delle posizioni di forza acquisite nel corso del XX secolo dalle aristocrazie operaie europee. Gli Usa stanno sfruttando al meglio il fatto di avere sia la carta militare che quella economica (Europa e Giappone sono forti economicamente, Cina e Russia militarmente) e di giocarle di concerto.

 

 

Il globalismo giuridico e le obiezioni giusrealistiche

 

A questa competizione imperialistica si aggiungono altri notevoli problemi quali la sempre più grave crisi ecologica, l’enorme sperequazione mondiale di risorse, le difficoltà di comunicazione tra diverse culture. Dunque la c.d. globalizzazione  non è una pacifica integrazione ma un processo di scomposizione e ricomposizione di fattori di produzione e di forze sociali che sarebbe opportuno gestire, per cui l’esigenza di un governo mondiale della globalizzazione (globalismo giuridico) sarebbe un esigenza rilevante almeno da un punto di vista astrattamente politologico. A tal proposito sarebbe interessante discutere le obiezioni giusrealistiche svolte da Danilo Zolo alla tesi del globalismo giuridico1:

·        Il globalismo giuridico è stato in un certo senso messo in crisi già dalla prima guerra Usa-Iraq: qui gli Usa hanno ottenuto la legittimazione di cui avevano bisogno non grazie ad una violazione delle norme formali dell’Onu, ma in base ad una loro applicazione sostanzialmente corretta. Infatti la mancata applicazione degli art. 43-47 della Carta Onu (che attribuivano al Consiglio di sicurezza ampi poteri di organizzazione esecutiva per l’enforcement delle proprie decisioni) risulta essere un’imperfezione formale di scarso rilievo poiché l’intera normativa è caduta in desuetudine. Gli Usa hanno ottenuto l’autorizzazione a dirigere la guerra contro l’Iraq dagli altri quattro membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, i quali o hanno accettato spontaneamente la direzione strategica del generale Shwarzkopf  o hanno rinunciato a prendere parte alle operazioni militari pur avendole autorizzate. La Carta dell’Onu non è tenuta inoltre ad esperire tutti i mezzi pacifici.

·        Il globalismo giuridico trascura la dimensione biologica ed antropologica della violenza e della guerra ed affronta quest’ultimo problema solo dal punto di vista dell’ingegneria istituzionale.

·        Esso presuppone un universalismo etico contraddetto dalla tradizione forte del non cognitivismo etico e confliggente in maniera concreta con le altre culture del pianeta.

·        Nell’ambito internazionale l’essenza di una giurisdizione accentrata non equivale ad una situazione di anomia. In condizioni complesse le dinamiche sistemiche tendono  a dar vita ad un reticolo normativo policentrico che emerge da processi diffusi di interazione strategica e di negoziazione multilaterale (teoria dei regimi internazionali). Inoltre in presenza di situazioni di elevata complessità e di turbolenza delle variabili ambientali è meno rischioso convivere con un alto grado di disordine piuttosto che tentare di imporre un ordine perfetto.

·        Un governo mondiale in continuità con le attuali istituzioni internazionali sarebbe un Leviathano dispotico e totalitario che dovrebbe ad es. replicare con un elevato impiego di mezzi militari al prevedibile diffondersi del terrorismo. Invece la comunità internazionale non dovrebbe sovrapporre una violenza legittimata alle violenze che pretende di reprimere o di sanzionare.

 

 

A queste critiche si potrebbe rispondere in questo modo:

1.      E’ certo che nella prima Guerra del Golfo la procedura Onu non ha formalmente rispettato gli art. 43-47 della Carta e parlare di desuetudine di norme che costituiscono addirittura l’atto fondativo delle Nazioni Unite stesse sembra un po’ eccessivo. Come è pure un po’ paradossale enfatizzare la desuetudine quando almeno secondo la nostra tradizione giuridica, la consuetudine non può mai essere contra legem. Dunque gli Usa non potevano dirigere la guerra, né potevano fare guerra, ma  potevano compiere (sotto la guida del Consiglio di sicurezza) solo gli atti necessari per ristabilire la pace violata dall’Iraq (in pratica atti di peace-keeping). Naturalmente non si scopre nulla quando si dice che la mancanza del prescritto Stato Maggiore che avrebbe dovuto dirigere le operazioni di peace-keeping è dovuta alla guerra fredda che ha paralizzato il Consiglio di sicurezza e reso le Nazioni Unite un’istituzione fantasma ed assolutamente inefficace (a meno di non agire in violazione delle sue stesse norme e di conseguenza come strumento della volontà di potenza di singole nazioni).

2.      Il Globalismo giuridico  semplicemente cura l’aspetto istituzionale delle prevenzione della guerra e magari può fruire in tal senso delle scienze umane, senza dover però trattare direttamente la dimensione antropologica della violenza, anche perché detta violenza non deve tradursi obbligatoriamente nella guerra tra Stati.

3.      L’universalismo etico è effettivamente un limite del globalismo giuridico, ma da un punto di vista astratto è necessario stabilire un minimo di regole e di diritti che consentano anche il mantenimento e la promozione della diversità culturale nel mondo. L’ipotesi da cui parte il globalismo giuridico è che tale minimo comprende almeno parte di quei diritti teorizzati dall’universalismo etico (e se fosse vero questa sarebbe una procedura di conferma che non dispiacerebbe nemmeno al non-cognitivismo).

4.      Il rischio del Leviathano sarebbe se non scongiurato almeno attenuato dal rispetto delle norme Onu già in essere (che in pratica non parlano di guerra ma di peace-keeping) e dal fatto che il futuro governo mondiale potrebbe avere una struttura federale e quindi non sacrificare a sé le istituzioni giuridiche intermedie. Soprattutto però è necessario evidenziare che la carica di violenza di questo Stato mondiale cercherebbe di mantenersi ad un livello puramente potenziale (tramite il quasi monopolio degli armamenti nucleari e convenzionali: potrebbe ad es. essere pattuita la devoluzione del 40% dell’arsenale di ogni membro dell’organizzazione), mentre nell’effettività si potrebbe (stabilendo la nonviolenza come ideale regolativo dell’organizzazione) verificare la legittimità dell’intervento sanzionatorio del governo mondiale (ius ad bellum) dal rispetto delle regole che normano la procedura sanzionatoria (ius in bello), regole che prevedono un grado di violenza sicuramente minore di quello eventuale della violazione giuridica che ha reso necessaria la sanzione. Oltre la nonviolenza, tale principio guarderebbe anche al criterio che legittima la funzione terza di un’istituzione proprio attraverso la riduzione di violenza che il suo intervento comporta (almeno come istanza).

5.      La teoria dei regimi giuridici internazionali è da un lato probabilmente la cristallizzazione di uno stato di transizione verso un governo mondiale. D’altro canto, presi in sé, tali regimi non hanno assolto se non molto alla larga gli obiettivi che ad essi si attribuiscono (si pensi al regime dei cambi dove l’arbitrio e le oscillazioni spesso traumatiche l’han fatta da padroni, mentre per quanto riguarda il commercio internazionale i Pvs aspettano da anni con ansia che le barriere protezionistiche dei paesi sviluppati vengano tolte). Infine, se pure tale funzione fosse stata svolta, ciò è stato permesso dal fatto che il mercato aveva altre priorità (es. la penetrazione nella semiperiferia socialista), mentre ora in pieno conflitto interimperialistico sarà molto probabile che le tensioni all’interno del reticolo tematizzato dai teorici neorealisti sfocino nei livelli più alti del sistema di relazioni internazionali, invece di permanere apparentemente tranquilli nei sotto-sistemi individuati da Gilpin, Waltz e Keohane.

6.      Per quanto riguarda la negazione dell’analogia tra livello individuale  e livello statuale delle relazioni giuridiche, gli argomenti addotti dal giusrealismo minimizzano1lo stato di guerra permanente che altrove si tende ad enfatizzare2. Zolo dice che solo un  realismo arcaico e dogmatico può ancora rappresentare gli Stati, in particolare quelli democratici, come attori impegnati a massimizzare il loro potere e la loro ricchezza a scapito di tutti gli altri soggetti. Sarebbe stato dimostrato, aggiunge Zolo, che le stesse grandi potenze tendono molto più alla stabilità che non alla continua espansione del loro potere. L’argomento di Zolo vale però solo verso un realismo che proponga una metafisica statica dei rapporti di potere, non certo verso un’analisi materialistica del conflitto tra imperialismi che si basa sull’individuazione di fattori storicamente determinati e non su leggi astrattamente valide: la questione non è se gli Stati vogliano massimizzare il loro potere, ma se l’accumulazione del capitale rimanga o meno a livello nazionale e sia dunque gestibile da uno Stato, o invece si realizzi a livello sopranazionale e dunque costringa gli Stati a confliggere tra loro per contenderselo e per esportarlo (l’impazienza bellicista degli Usa smentisce oggi la tesi circa la tendenza delle superpotenze vincitrici a mantenere lo status quo)3.

 

 

Il globalismo giuridico e l’analisi materialistica

 

Ma la tesi del globalismo giuridico non può essere argomentata solo rispondendo al giusrealismo ad un livello astratto: bisogna almeno in parte determinare il tipo di istituzioni che possono essere inserite a regolare i processi globali e prevedere quale sia la concreta fattibilità del Globalismo giuridico alla luce della teoria del conflitto tra imperialismi. Questo conflitto è il presupposto per tematizzare l’esigenza di un’istituzione globale che sino ad ora è stata solo il simbolo di una paralisi conflittuale o la copertura giuridica di una superpotenza tendente al dominio militare per compensare le perdite della propria egemonia economica. Perché tale istituzione abbia una speranza di vita vera, bisogna in primo luogo favorire questa competizione e questo multipolarismo dal momenti che, se gli Usa riuscissero a prolungare il loro dominio attraverso la supremazia militare, la battuta d’arresto di Europa, Cina e Russia si scaricherebbe ulteriormente sul proletariato di queste regioni, senza che ci siano rapporti di forza tali da consentirci speranze rivoluzionarie. Tuttavia bisogna essere consapevoli che la regolazione istituzionale del conflitto interimperialistico, che potrebbe essere giustamente considerata una variante dell’ultraimperialismo, è quasi impossibile, così come è stato considerato impossibile l’ultraimperialismo stesso1.

Che senso ha allora il globalismo giuridico dal punto di vista di un’analisi materialistica?

Per rispondere a questa domanda bisogna pensare all’esistenza di soggetti internazionali e sopranazionali che non sono appunto gli Stati-nazione, soggetto che ricomprendono le stesse imprese transanazionali, i sindacati, le organizzazioni non governative e tutta quella rete di associazioni e movimenti che si è spesso coordinata nel cosiddetto movimento No-Global. Questi ultimi potrebbero essere considerati l’embrione di una società civile globale2 nella misura in cui si consideri la loro natura di elite transnazionali prevalentemente borghesi con una concezione interclassista ed utopistica dei processi sociali mondiali. Tuttavia assieme a sindacati ed Ong, i no-global raccolgono in maniera non strutturata tutta una serie di istanze e di pratiche che possono essere patrimonio futuro di un internazionalismo proletario oggi non rappresentabile in quanto ancora scomposto all’interno delle sempre più lunghe filiere internazionali di produzione. Nel frattempo la prospettiva del globalismo giuridico può essere la strada che porti questi soggetti terzi (è ovvio che l’ingresso delle imprese transnazionali andrebbe combattuto, ma con esiti non scontati…) all’interno di una dialettica istituzionale di livello mondiale. A questo punto si evidenzierebbero due opzioni:

·        La prima più improbabile sarebbe quelle che le istituzioni mondiali si consolidino in quanto Governo globale e costituiscano la cornice, il campo di gioco in cui rappresentanze sia pure imperfette di quella che è al momento una moltitudine poco consapevole potrebbero iniziare quell’iniziale conflitto che porterebbe tale moltitudine ad una maggiore consapevolezza di sé in quanto proletariato mondiale (senza contare il fatto che il conflitto interimperialistico scremerà da questa moltitudine quelle frange più tese ad acquisire una rendita politica immediata dall’iniziale impegno in questa rete) ed a gettare le basi per quelle istituzioni che potrebbero costituire l’ossatura giuridica di una futura transizione mondiale al socialismo.

·        La seconda opzione, più realistica, è che il conflitto interimperialistico raggiunga livelli che rendano impossibile qualsiasi rappresentanza e qualsiasi mediazione istituzionale (la vecchia Onu dovrà trasmutare per questo motivo), ma in tal modo la crisi della sovrastruttura politico-giuridica aprirebbe in un’epoca di globalizzazione mediatica una più generale crisi di legittimazione che di converso darebbe a soggetti terzi (quali i no-global) una credibilità ed un’opportunità tutta da spendere.

Sulle fasi e sulle tappe che potrebbero scandire questo scenario possibile, vanno dati solo accenni:

1.      In primo luogo bisogna insistere su di un obbligato antiamericanismo, teso soprattutto a scongiurare il recupero di egemonia Usa in veste di dominio strategico e geopolitica. In tale fase l’attenzione a soggetti quali Europa, Russia, Brasile, Cina potrebbe dare qualche frutto.

2.      Se questo processo va in porto, la dialettica multipolare con i suoi rischi ed i suoi problemi porterebbero ad una più incisiva vertenza e ad una vera e propria fase costituente delle istituzioni internazionali che dovrebbero mediare questo conflitto.

3.      A tal punto andrebbe combattuta una battaglia per l’estensione dello status di membro permanente a paesi tipo Germania e Giappone3 , e poi forse anche a Brasile, India, Indonesia, Lega Araba e ad una rappresentanza africana con contestuale revoca o limitazione forte del diritto di veto1.

4.      In una fase successiva andrebbe costituita una seconda Assemblea che comprenda i soggetti non statuali e rappresentanze politiche non riconosciute a livello degli Stati-nazione (con procedure popolari e democratiche di votazione in maniera da sanzionare i regimi politici illiberali)2. In tal modo si realizzerebbe una segmentazione di istanze e di rappresentanze trasversali rispetto a quelle degli Stati-nazione. La capacità di manovra e di sintesi all’interno di questa duplice scomposizione geopolitica va lasciata alla crescita della soggettività politica del proletariato internazionale all’interno dei no-global.

5.      Il completamento del processo istituzionale comprenderebbe un rafforzamento dell’Assemblea come autorità legislativa (pur mantenendo al Consiglio di sicurezza un forte potere decisionale e ristabilendo una volta e per tutte la sua capacità di iniziativa nel campo della regolazione dei conflitti) e la costituzione di una Corte sovranazionale di Giustizia (assorbendo l’istanza di Kelsen)3.

6.      Fase finale sarebbe la proposta di devoluzione a queste autorità mondiale della maggior parte degli arsenali bellici e nucleari e la possibilità di agire una leva fiscale globale per la redistribuzione complessiva delle risorse.

 

E’ lecito che questo processo potrebbe essere interrotto, frenato e deviato ad ogni fase (date le pretese che comporta) ma la proiezione istituzionale che i no-global dovranno darsi può, con un’accorta e sagace rete variabile di alleanze, sfruttare ogni momento di questo tipo per evidenziare ed acuire le contraddizioni nel campo avverso. Quale che ne sia l’esito, un percorso di questo genere sarebbe l’avvio di un processo nuovo denso di rischi, ma anche di opportunità al fine di conseguire la ricomposizione di un soggetto mondiale antagonistico e rivoluzionario.      

 

 

 

 

 

 

 

   

 

 

 



[1] Queste definizioni sono tratte da GRUPPO DI LISBONA, I limiti della competitività, Roma, Manifestolibri,1995, pp. 42-47.

2 NEGRI, ANTONIO, L’agonia dello stato nazione .L’impero, stadio supremo dell’imperialismo, in “Le Monde Diplomatique” Gennaio 2001. PALA, GIANFRANCO, Tutto sarà come prima. La lunga crisi: il  crollo dell’economia mondiale prima del crollo delle torri, in AA.VV., Il mondo dopo Manhattan. I comunisti di fronte alla guerra, Napoli, Ed.La Città del Sole, 2001, pp. 73-74.

3 HOBEL, ALEXANDER, Un problema di categorie, in Il martello, periodico del Centro di Documentazione “Patrizia Gatto”, Napoli, febbraio 2003 pp.24-27.,

4 LENIN, VLADIMIR ILIC, L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, Roma, Editori Riuniti, 1974, p. 128.

5 Ed anche in questo il Marx del Manifesto è stato un anticipatore di tendenze successive.

1 Si riassumono qui le tesi svolte in ZOLO, DANILO, Cosmopolis.La prospettiva del governo mondiale, Milano, Feltrinelli,1995.

1 vedi ZOLO,DANILO, op.cit.pp.128-129

2 vedi sempre ZOLO,DANILO, op.cit., pp.21-31

3 COLETTI, RAFFAELLA,L’ottavo corridoio e la scacchiera eurasiatica in AA.VV., Il mondo dopo Manhattan,cit. p.42.

1 MAITAN, LIVIO, Tempeste nell’economia mondiale, Roma, Datanews, 1998, pp.30-31

2 GRUPPO DI LISBONA, op. cit., pp.36-37.

3 ARCHIBUGI, DANIELE, Dalle Nazioni Unite alla democrazia cosmopolita, in AA.VV., Cosmopolis, Roma, Manifestolibri, 1993, p.112.

1 ARCHIBUGI, DANIELE, op. cit. ,p.112.

2 ARCHIBUGI, DANIELE, op. cit., pp.96-106.

3 ARCHIBUGI, DANIELE, op. cit., pp.106-110.

Pubblicato il 15/8/2005 alle 14.45 nella rubrica Comunismo.

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