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Tra utopia e stato d'eccezione

12 Agosto 2005

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TRA UTOPIA E STATO D’ECCEZIONE : IL SOCIALISMO IN UN


                      SOLO PAESE.


 


Finché il proletariato non si è ancora sviluppato sufficientemente per costituirsi in classe, e di conseguenza la stessa lotta del proletariato con la borghesia non ha ancora assunto un carattere politico, e finché le forze produttive non si sono ancora  sufficientemente sviluppate in seno alla stessa borghesia, tanto da lasciar intravedere le condizioni materiali necessarie all’affrancamento del proletariato ed alla formazione di una società nuova, questi teorici non sono che utopisti, i quali per soddisfare i bisogni delle classi oppresse, improvvisano sistemi e rincorrono le chimere di una scienza rigeneratrice. Ma, a misura che la storia progredisce e che con essa la lotta del proletariato si profila più netta, essi non hanno più bisogno di cercare la scienza nel loro spirito : devono solo rendersi conto di ciò che si svolge davanti ai loro occhi e farsene portavoci   (1)


 


 


L’importanza del socialismo e del comunismo critico-utopistici è in ragione inversa allo sviluppo storico. A misura che la lotta fra le classi si sviluppa e prende forma, questo fantastico elevarsi al di sopra di essa, questo fantastico combatterla perde ogni valore pratico, ogni giustificazione teorica. Perciò, anche se gli autori di questi sistemi erano per molti aspetti rivoluzionari, i loro scolari formano sempre delle sette reazionarie. (2)


 


 


Queste due citazioni riassumono l’atteggiamento marxiano nei confronti della dimensione   utopistica del pensiero volto alla critica ed alla trasformazione dello stato di cose presente, dimensione utopistica secondo cui “ ...al  posto del graduale organizzarsi del proletariato come classe deve subentrare un’organizzazione della società escogitata di sana pianta...” (3)


Questo non solo per smentire qualsiasi parentela tra Marx ed il pensiero utopistico (4),


ma per suggerire quasi che è con il Marx del “Manifesto” che l’utopia inizia la sua parabola discendente nel genere letterario fantascientifico (a partire da G.H.Wells) e nella distopia (anticipata da Mandeville e Swift, ma compiuta da G.Orwell, A.Huxley e E.Zamjatin) (5).


Ciò risulta plausibile se si osserva che l’inizio stesso del Manifesto è la rottura definitiva con ogni dissimulazione letteraria di un progetto politico di trasformazione sociale, dissimulazione che era l’essenza del genere utopistico soprattutto nel ‘600 ed in buona parte del ‘700 :


 


Uno spettro si aggira per l’Europa......è ormai tempo che i comunisti espongano apertamente a tutto il mondo il loro modo di vedere, i loro scopi, le loro tendenze, e che alla fiaba dello spettro del comunismo contrappongano un manifesto del partito. (7)


Chiarire i rapporti tra pensiero marxiano e pensiero utopistico (trascurando volutamente al nostro scopo le ulteriori riflessioni sull’utopia di E.Bloch ed H.Marcuse,che però non hanno mai condiviso il costruttivismo astratto proprio del pensiero utopistico classicamente inteso) è una premessa importante per introdurre l’analisi che D.Losurdo, noto studioso di Hegel ed acuto polemista, fa dei limiti dell’esperienza sovietica in una sua recente raccolta di articoli (8). Questa analisi è in controluce una polemica verso le conclusioni cui giunge la riflessione politica della c.d. “Nuova Sinistra” nell’esaminare la medesima esperienza storica (9).


D.Losurdo usa come categorie portanti della sua analisi proprio quelle di utopia e stato d’eccezione : “....tra questi due poli si svolge la storia del socialismo reale..... lo stato d’eccezione rilancia l’utopia e questa irrigidisce ulteriormente lo stato d’eccezione.” (10) E’ inutile criticare , sempre secondo Losurdo, l’esperienza bolscevica e sovietica in nome del ritorno a Marx , perché


 


.....nell’affrontare la questione nazionale e contadina, Stalin (e, a maggior ragione Trotzky) è stato ben più “marxista” che “leninista” ; sul piano teorico, il suo grave torto sta non nell’aver rinviato alle calende greche l’estinzione dello Stato e del mercato, ma nel non aver saputo realmente mettere in discussione questa visione utopistica della società post-capitalistica. In tal modo non ha saputo bloccare ed ha contribuito talvolta lui stesso a stimolare la dialettica nefasta per cui, nel corso del socialismo reale, l’ortodossia “marxista” si trasforma in un volontarismo che comporta una carica ossessiva ed inane di violenza. Col loro dogmatico attaccamento ad un’utopia acritica, i sostenitori della teoria del ritorno a Marx presentano come rimedio al crollo verificatosi ad Est quella che ha costituito una delle sue cause decisive. (11)


 


Grattando grattando,  non è nel tradimento dei principi il problema, ma nel presunto radicalismo con cui essi sarebbero stati applicati. Non è tutto : tali elementi di utopismo che scatenavano la violenza rivoluzionaria sono sintomi di limiti teorici interni alla stessa riflessione marxiana e sarebbero da ricondurre al carattere esso stesso utopistico della rapida estinzione di Stato, mercato, lavoro e Diritto a cui Marx ed Engels accennavano ad esempio nella “ Ideologia Tedesca”.


 


 


Ma quanto più il conseguimento del comunismo dileguava in un futuro sempre più remoto ed improbabile, tanto più il socialismo reale finiva con il risultare sprovvisto di ogni possibile legittimazione......nel momento in cui apparivano più evidenti le difficoltà interne al campo socialista, i ritmi di sviluppo economico subivano un rallentamento e sempre più in crisi cadeva la filosofia della storia relativa alla crisi imminente del capitalismo, nel momento in cui si riduceva la base di consenso e con crescente insofferenza veniva avvertito il poderoso apparato di repressione, ancora in questo momento i dirigenti sovietici ripetevano sempre più stancamente le loro giaculatorie relative all’avvento del comunismo, concepito nel modo fantastico che abbiamo visto. (12)


 


 


Ci si può porre un interrogativo preliminare : in che misura l’idea di una rapida transizione ad una società senza Stato, senza mercato, senza religione, senza frontiere ed identità nazionali ha inceppato e deviato un grandioso progetto di emancipazione, sovraccaricandolo al tempo stesso di violenza nei confronti della società civile ? In che modo l’attesa di un imminente realizzazione di una società senza più conflitti di alcun genere ha distolto l’attenzione dalla necessità di regolamentare giuridicamente, attraverso norme e forme generali, i conflitti che continuavano a sussistere ? (13)


 


 


Da buon hegeliano, Losurdo intende attaccare il contenuto potenzialmente anarchico(14)  della prospettiva marxiana, in quanto aspetto utopistico della stessa e perciò causa principale  dell’oscillazione irrazionale e viziosa tra stato d’eccezione e rinvio escatologico  all’interno dell’esperienza sovietica.


Della tesi di Losurdo sicuramente è essenziale per la nostra riflessione la consapevolezza circa l’oggettiva complessità della transizione. Tuttavia ad essere colpita dalla sua analisi risulta più la rapidità con cui si sarebbe dovuta realizzare la concomitante estinzione di Stato, mercato e moneta, che non la possibilità stessa di tale estinzione, possibilità che costituisce uno dei contenuti fondamentali del Marxismo e la cui revisione può avere conseguenze determinanti per ogni scenario comunista.


La cosa però che più ci preme osservare in questo contesto è che sia Losurdo che i c.d.    “sostenitori del ritorno a Marx” trascurano il fatto, semplice ma fondamentale, che la stessa Rivoluzione d’Ottobre (e non solo i suoi successivi esiti) pare essere incongruente con gli scenari analitici e previsionali marxiani(e dunque utopistica nelle sue prospettive).


Questa non è certamente una tesi nuova : l’hanno sostenuta in diversi periodi sia Plechanov che Kautsky, sia Martov che Bauer (15). Lenin, che, con la sua teoria dell’imperialismo, aveva esteso, integrato e completato la teoria marxiana, sia pure con minor raffinatezza analitica, fece obiezioni interessanti e storicamente vincenti a questa tesi astrattamente ortodossa, giacché l’iniziale successo della rivoluzione bolscevica arrise alla sua posizione. Tuttavia, gli stessi protagonisti dell’Ottobre presupponevano tacitamente almeno in parte questa teoria, altrimenti non si spiegherebbe come mai essi ritenessero l’Ottobre un momento importante ma solo preparatorio di una rivoluzione che si sarebbe dovuta verificare nei punti alti del conflitto di classe e, più probabilmente, in Germania (16). Solo il fallimento della rivoluzione spartachista fece maturare in Lenin altri scenari.


Il carattere mondiale della rivoluzione sarebbe stato dunque il quadro processuale e strategico nel quale sarebbe stata ricompresa l’eccentricità della “Rivoluzione contro il Capitale” (17).


Da questo quadro forse possiamo ripartire per individuare meglio di Losurdo il momento utopistico (ed assieme violento) dell’esperienza sovietica, attraverso una critica immanente di questa esperienza stessa. Per “critica immanente” si intende il confronto tra gli effetti materiali delle scelte compiute nel corso del processo rivoluzionario con la logica che le ha permeate e quello di quest’ultima con i presupposti ideali e teorici che ispirano la Rivoluzione stessa. E’ questo un giudizio interno ad un contesto analitico di tipo storicista e che avviene su di un piano di riflessione diverso da quello di una valutazione puramente etica : infatti quest’ultima, pur utile a giustificare  il distacco che si deve operare nei confronti degli esiti materiali di quella esperienza storica, non può che costituire un primo livello di giudizio, sul quale non ci si può fermare se non si vuole correre il rischio di smascherare un’utopia violenta attenendosi ad una prospettiva anch’essa rigidamente utopistica, da “anima bella”(18).Proprio per questo, non si deve presumere di poter distinguere in maniera netta ciò che è vivo e ciò che è morto di un progetto di trasformazione complessiva come quello legato alla storia sovietica.  Si deve però cercare di individuare nel corso dello svolgimento della transizione (tentata) al socialismo, alcuni momenti che hanno originato conflitti laceranti nel movimento rivoluzionario (dalla polemica Lenin-Kautsky allo scontro Stalin-Bucharin)  e decisioni foriere di una serie di conseguenze , i cui esiti catastrofici(es. il crollo dell’URSS) costituiscono la situazione data da cui trae spunto la nostra analisi.. Da questo punto di vista si può parlare di percorsi sbagliati intrapresi  nel corso del processo rivoluzionario, senza per questo astrattamente pretendere di aver individuato la scelta giusta tra il ventaglio di alternative possibili. Si può dire invece che il processo rivoluzionario è, per sua natura, aperto e presenta nodi e punti di svolta dove è possibile dare risposte differenziate : se è così, allora è necessario, quale che sia la scelta concretamente effettuata nel corso della vicenda rivoluzionaria, che si promuova una cultura politica tale da attivare molteplici risposte. All’ interno di queste alternative bisogna favorire inoltre quelle scelte che consentano progressivamente di mantenere quanto più ampio è possibile il ventaglio di opzioni future a disposizione di un soggetto rivoluzionario.


Da questa prospettiva anti-utopistica la scelta del socialismo in un solo paese ha ridotto di molto le possibilità successive dell’esperienza sovietica, senza voler entrare con ciò nel merito dell’alternativa trotzkiana della “rivoluzione permanente”, giacché questo implicherebbe una prospezione storica corroborata da una serie di dati e di strumenti teorici molto più abbondanti di quanto abbiamo in questo momento.


La transizione, con il socialismo in un paese solo, è stata sostanzialmente condizionata


distorta ed infine soppressa da una logica di funzionamento e di sviluppo (sia a livello interno che a livello internazionale) propria degli Stati-nazione. Tale logica, messa in atto dal socialismo-in-un-paese-solo, ha forse rallentato il compimento delle contraddizioni che avrebbero forse portato alla vittoria della rivoluzione anche in un’ ottica di medio periodo.


Sarebbe opportuno vedere, a questo punto, in che senso questa logica da Stato-nazione abbia contribuito a compromettere il compimento della transizione al socialismo e la continuazione del processo rivoluzionario :


1) In primo luogo non c’era una sufficiente riflessione teorica sulla possibilità di consolidamento del socialismo in un solo paese che facesse da retroterra ideologico ai tentativi di gestione rivoluzionaria che si sarebbero in seguito approntati. Gli accenni marxiani ad un’economia socialista (per forza di cose schematici e privi di concretezza) non prevedevano tutti i problemi inerenti alla sopravvivenza di un processo rivoluzionario in presenza di un contesto politico ed economico non omogeneo. D’altronde, la scelta a quel punto compiuta di far conseguire la riflessione teorica alla prassi effettiva della gestione rivoluzionaria, pur se più affascinante a parole, avrebbe avuto come effetti costi sociali ed umani (a seguito di inevitabili “errori” dovuti al deficit teorico di cui prima) tali da metter a più riprese in crisi di consenso e di legittimità politica ed ideologica la gestione rivoluzionaria stessa. Da qui l’oscillazione tra utopia e stato d’eccezione denunciata forse con argomenti più generici da D.Losurdo.


2) La scelta che Stalin porterà a termine (19) coinvolgerà la rivoluzione in un sistema di rapporti inter-statuali di cui la guerra sarà, in questo periodo storico, la cifra fondamentale e l’esito quasi scontato : in questa dinamica l’anomalia dell’Ottobre sarà spesso individuata come l’avversario principale nonostante il progressivo insorgere dei regimi fascisti in Europa ; prima conseguenza di ciò sarà il c.d. “accerchiamento” ed una quasi cronica situazione di embargo in primo luogo tecnologico che renderà la storia dell’URSS la storia di un semi-isolamento. Da questo che è stato detto però non si deve dedurre la giustezza dell’argomento secondo cui le disavventure del socialismo reale siano da imputarsi al nemico di classe : anzi, il ragionamento deve essere rovesciato come un guanto, affinché dalla propaganda consolatoria si passi alla riflessione rigorosa. Infatti, una diseconomia esterna così determinante è una semplice conseguenza del socialismo-in-un-paese-solo e dunque va analizzata come fattore endogeno e non esogeno di crisi ; parlare di “consolidamento” del socialismo in un contesto internazionale che è continuamente fonte di turbative appare essere una involontaria forma di autoironia : tale consolidamento avrebbe dovuto implicare un influenza irrilevante di economie e diseconomie esterne ed è perciò fuorviante demonizzare il ruolo del nemico di classe che fa semplicemente ciò che deve fare, essendo dal punto di vista funzionale l’altra faccia del ripiegare in sé della rivoluzione. Questo ripiegamento che è il socialismo in un solo paese costituisce perciò la negazione dell’ambito mondiale della rivoluzione, la dimensione negativamente utopistica dell’esperienza sovietica : l’isolamento prima subito e poi voluto, che tanto caratterizza le società utopiche (20) prepara l’oscillazione verso una stato d’eccezione perpetuo in cui lo spazio della rivoluzione diventerà l’arena in cui la stessa rivoluzione verrà cannibalizzata.


3) Il socialismo in un solo paese, nel ricondurre lo sviluppo della rivoluzione a logiche preesistenti ed ideologicamente reazionarie, confermerà ed accentuerà una linea di tendenza verso la progressiva identificazione geopolitica dello Stato operaio con la potenza imperiale rovesciata dalla stessa rivoluzione : le istanze di autodeterminazione promosse in un primo tempo dallo stesso Lenin, anche all’interno dello stato zarista, vengono di volta in volta rimosse  e soppresse ; si introiettano nella nascente URSS una serie di questioni etniche e nazionalistiche che saranno alla fine una delle cause efficienti del crollo dell’intero sistema del socialismo reale e dello scioglimento del PCUS. Dal punto di vista della politica internazionale, le parole d’ordine dell’Internazionalismo e dell’appoggio alla diffusione mondiale della rivoluzione finiscono con il diventare coperture ideologiche di una politica imperiale interna alla logica dei rapporti interstatuali. Si cercherà di esportare la Rivoluzione come fosse una merce ed alla fine a circolare nel mondo rimarranno le armi.


   A conti fatti però, al termine di questa analisi, quale altra strada può tentare una prassi che intenda trasformare insieme uomo e società ?


Due tracce : la prima è quella di non dimenticare mai la dimensione internazionale dell’azione rivoluzionaria, la natura mondiale dello scenario (in questo ad es. le analisi di Wallerstein ed Arrighi sul sistema-mondo ci possono dare una mano) (21). La seconda è ricostituire un linguaggio che tenga insieme orizzonte ideale e concretezza strategica, linguaggio che da Marx in poi forse non si è mai più visto né sentito.


 


 


 


 


                                                NOTE


 


1)   K.Marx- Miseria della filosofia -Roma, Ed.riuniti, 1986, p.82.


2)   Il Manifesto del Partito comunista ed i suoi interpreti (a cura di G.M.Bravo), Roma, Ed.riuniti, 1973, p.59.


3)   Ibidem, p.58.


4)   K.R.Popper- La società aperta ed i suoi nemici- Roma, Armando, 1974. A questo testo si aggiunge tutta una sterminata letteratura di riferimento.


5)   E.Zamjatin- Noi - Milano, Feltrinelli, 1963


   A.Huxley- Il mondo nuovo- Milano, Mondadori, 1971


    G.Orwell- 1984- Milano, Mondadori, 1984


6)M.Baldini- La storia delle utopie - Roma, Armando, 1994, pp.62-63 e pp.86-87


7) Il Manifesto del Partito Comunista ed i suoi interpreti- op.cit. p.29


8) D.Losurdo- Utopia e stato d’eccezione - Napoli, Ed.Laboratorio Politico,1996


9) Ibidem p.7 e pp.22-27


10) Ibidem,  pp.5-6 


11) Ibidem, p.119


12) Ibidem, p.77


13) Ibidem, p.34


14) Ibidem. p.5


15) Per un approfondimento, AAVV.- Storia del Marxismo - Torino, Einaudi, 1980, vol. III, parte I, pp.5-85


16) W.H.Chamberlin- Storia della Rivoluzione Russa, Torino, Einaudi, 1966, pp.386-389.


17) A.Gramsci- Scritti giovanili 1914-1918, Torino, Einaudi, 1958, p.150


18) D.Losurdo- op.cit. pp.16-34


19) Per un approfondimento del dibattito interno al gruppo dirigente sovietico, AAVV-La rivoluzione permanente ed il socialismo in un paese solo - Roma, Ed.riuniti, 1973


20) R.Dahrendorf - Uscire dall’utopia - Bologna, Il Mulino, 1971


21) I.Wallerstein - Il capitalismo storico - Torino, Einaudi, 1985


      G.Arrighi, T.H.Hopkins, I.Wallerstein - Antisystemic movements - Roma, Manifestolibri, 1992.


      I.Wallerstein - La scienza sociale : come sbarazzarsene - Milano, il Saggiatore, 1995.   Il programma scientifico di I.Wallerstein prevede all’interno della scienza sociale la sostituzione degli Stati-nazione con una nuova unità di analisi, il sistema-mondo di cui bisogna studiare unitariamente la sortita e l’evoluzione, riducendo l’importanza di tutte le storie nazionali più o meno integrate o comparate.


Pubblicato il 23/8/2005 alle 19.34 nella rubrica Comunismo.

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