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L’ELIMINAZIONE DELLA METAFISICA DI RUDOLF CARNAP

 

Il saggio di Rudolf Carnap “L’eliminazione della metafisica tramite l’analisi logica del linguaggio” è forse il tentativo più compiuto del Neopositivismo logico di togliere una volta e per tutte la metafisica dall’orizzonte della filosofia e dell’indagine conoscitiva più in generale.

 

Prima di sottoporre queste tesi ad un’analisi critica, ci sembra doveroso esporle nel dettaglio, magari ricorrendo alla loro citazione quasi letterale. Carnap sostiene che:

 

 

 

Critica

 

La prima considerazione che va fatta su queste tesi riguarda l’aspetto legato alla sensibilità storica che si manifesta in esse. Questo costituisce infatti già un primo forte limite dell’impostazione di Carnap. Ovviamente per fare della filosofia in senso più propositivo (parlando direttamente di problemi filosofici), non è strettamente necessario conoscere la storia della filosofia, anche se si rischia comunque in tal caso di ripresentare tesi già note magari in forma più semplicistica e/o banale. Ma altro è quando si vuole criticare un’istanza presente in maniera forte nella tradizione filosofica precedente, quale può essere l’istanza metafisica. In tal caso, la conoscenza anche dettagliata del pensiero precedente è necessaria, soprattutto se si pretende di individuare una serie di fattori comuni che enucleerebbero quella che chiamiamo metafisica. Infatti, se tale approfondimento storico non viene fatto, si può elidere una proprietà comune, ma più spesso si può presentare una proprietà comune del pensiero metafisico che, invece, tanto comune non si rivela ad un’analisi più approfondita. Ad esempio, Carnap considera “metafisici” pensatori come Nietzche e Heidegger, che a loro volta non si considerano tali (e che anzi considerano la metafisica in maniera almeno in parte negativa), e sulla critica al linguaggio heideggeriano basa una parte sostanziosa della sua critica presente alla metafisica. Questo significa fare un torto ad Heidegger e Nietzche e significa fare un torto alla tradizione metafisica che si può considerare non rappresentata da questi pensatori. Naturalmente, Carnap ha la pretesa di poter considerare metafisici questi pensatori loro malgrado, ma questo presupporrebbe una definizione preliminare della “metafisica” che non solo sia esplicitata, ma che soprattutto sia tale che anche i pensatori che si considerino metafisici siano disposti a riconoscere come appropriata: Carnap non opera tale definizione (almeno in questa sede), anche se essa si può desumere dalla sua analisi per cui si può intendere “metafisica” una teoria le cui proposizioni non siano traducibili in proposizioni protocollari e/o non siano verificabili empiricamente. Ma questa definizione può non essere condivisa da tutti coloro che si professano metafisici o che sono considerati “metafisici” dalla maggior parte delle storie della filosofia (ad es. un mistico, tipo Plotino, può pretendere di avere un rapporto con una serie di esperienze vissute, oppure uno Stoico può considerare la propria metafisica come una serie di inferenze logicamente lecite sulla base di proposizioni empiriche di partenza). A questo punto andrebbe aperta una discussione sull’accezione del termine “empiria” o “esperienza” che però Carnap non fa (almeno in questa sede). Questa mancanza di rigore ermeneutico ha delle conseguenze rilevanti in tutta la trattazione carnapiana. Infatti, gli esempi addotti da Carnap per criticare la metafisica risultano essere molto differenziati tra loro: la critica al concetto heideggeriano di Nulla da un lato trascura l’ermeneutica heideggeriana del termine, mentre d’altro canto in parte riprende alcuni temi della tradizione metafisica non creazionista e/o anticristiana (il primo a criticare il concetto di non- Essere fu Parmenide e Bruno e Spinoza avrebbero sottoscritto tale critica); la critica all’argomentazione cartesiana del Cogito ergo sum a sua volta riprende critiche già svolte da pensatori considerati metafisici da Carnap e dunque non fa testo se si vuole criticare la metafisica nel suo complesso. Riprenderemo questo tema più avanti, argomentando che altro è criticare alcune argomentazioni metafisiche, altro è dire che tutte le argomentazioni metafisiche siano insensate.

La seconda considerazione che va fatta sulle tesi di Carnap riguarda l’accezione di “senso” che rende le proposizioni metafisiche “insensate”. Qui Carnap, come gli altri neopositivisti, opera una strategia retorica degna dei sofisti più spregiudicati. Analizziamo con calma : Carnap prima parla di “insensato” in senso stretto e in senso esteso, includendo la contraddizione nell’ “insensato” in senso esteso (concezione singolare in chi non contesta il pdnc), ma inserendo il discorso metafisico nell’ “insensato” in senso stretto. Tale inserimento è sicuramente contestabile perché è conseguente ad una restrizione dell’ambito di ciò che ha senso, restrizione su cui esiste da sempre una discussione che storicamente si è rivelata infausta poi per il Neopositivismo. Carnap finge di considerare ovvia la giustezza di tale restrizione, ne rimuove il carattere quanto meno opinabile, e usa poi il termine “insensato” come se si riferisse ad un discorso assolutamente incomprensibile a chiunque, pretendendo così anche di rimarcare una differenza di sostanza tra la prospettiva neopositivista e quella della tradizione antimetafisica precedente. Ma tale differenza di sostanza implica una nuova concezione del significato che va argomentata preliminarmente, cosa che Carnap fa solo in parte (almeno in questo testo). E vedremo ora come.

La terza considerazione che va infatti elaborata sulle tesi carnapiane è quella che riguarda il radicamento empiristico del criterio di significanza : Carnap inizialmente si domanda in che consista il significato di una parola e dice che per saperlo bisogna prima che sia stabilita la sintassi della parola e cioè il modo di ricorrere nella più semplice forma proposizionale in cui essa può comparire (forma che viene chiamata la proposizione elementare della parola stessa) e fa l’esempio per cui la proposizione elementare per la parola “pietra” è “ x è una pietra ”. Ora, la domanda che noi ci poniamo è se è possibile stabilire la sintassi di una parola (visto che la sintassi tratta delle relazioni tra termini e non dovrebbe studiare un termine grammaticale considerato in se stesso), e se si possa stabilire una sola più semplice forma proposizionale in cui compare una parola ( e se invece non siano possibili molte forme), e perché questa forma proposizionale preveda che ad es. “pietra” abbia una funzione solo predicativa. Già il fatto che questi presupposti passino così, senza ulteriore riflessione, rende problematico il ragionamento con cui Carnap vuole argomentare un congedo dalla metafisica che vorrebbe essere definitivo. Costituita una presunta proposizione elementare (A), Carnap si domanda quali proposizioni sono deducibili da (A) e da quali proposizioni (A) si possa dedurre. Ora, questa operazione si può definire una volta e per tutte ? Argomentare in questo senso non pare cosa da poco, ma Carnap considera questa possibilità già messa in atto e questo è un altro punto che suscita perplessità. Proprio per questo l’equivalenza di “Da quali proposizioni è deducibile la (A), e quali proposizioni sono deducibili dalla (A)” e “In quali condizioni la (A) è vera, e in quali è falsa ” diventa oggetto di dubbio, dal momento che non essendo elencabili tassativamente le proposizioni correlate ad (A) attraverso l’implicazione, nemmeno si può sapere a quali condizioni (A) possa essere considerata sicuramente falsa o vera. Dunque il senso di (A) non può essere del tutto equivalente alle condizioni della sua verificazione, dal momento che queste non possono essere date una volta e per tutte. Carnap però aggiunge anche un ulteriore elemento di arbitrio quando dice che ogni parola del linguaggio scientifico va ridotta infine alle parole corrispondenti inserite nelle proposizioni protocollari (o “proposizioni di osservazione”) e che tale riduzione dà al termine il suo significato. Anche qui, altro è ipotizzare la necessità di interrompere ad un certo punto la riduzione (o meglio la traduzione) delle proposizioni scientifiche ad altre proposizioni, altro è dire che il ricorso a proposizioni protocollari è una dei possibili esiti di tale sequenza di riduzioni , altro ancora però è dire che questo ricorso sia l’unico esito praticabile. Ma Carnap giunge arbitrariamente proprio a questa conclusione.

Egli, inoltre, continua ad affermare che tutte le proposizioni che si vogliano definire scientifiche devono potersi ridurre a proposizioni protocollari, quale che sia la forma e il contenuto che queste ultime possano assumere, forma e contenuto che sono oggetto di questioni che il Carnap ammette non essere ancora giunte a conclusione univoca. A questo punto le perplessità aumentano : da un lato si vuole un saldo ancoraggio delle proposizioni scientifiche nella dimensione empirica, ma d’altro canto la dimensione empirica risulta difficile da individuare sia nella forma che nel contenuto. Carnap rimuove il carattere aporetico di tale impostazione e ribadisce la validità di un criterio di significanza che si rivela per ora assolutamente privo di contenuto : infatti, se non si sa quale specie di proposizione va considerata “protocollare”, come si fa a stabilire se una proposizione sia riducibile ad una proposizione protocollare ?

Il fatto che il criterio empiristico di significanza sia l’esito di una argomentazione non del tutto cogente trova conferma poi nel fatto che la divisione tra tautologie logiche e proposizioni empiricamente verificabili non sembra a prima vista esaurire in linea di principio l’ambito delle proposizioni cognitivamente rilevanti (anche se in linea di fatto trovare proposizioni che non rientrano in nessuna delle due categorie può essere molto difficile) e soprattutto, come vedremo poi, Carnap non riesce nemmeno a mostrare il collegamento tra le aporie specifiche di determinate posizioni metafisiche evidenziate in queste pagine e la mancanza di collegamento a proposizioni protocollari che egli rimprovera più in generale alla metafisica. E questo problema non è senza rapporto con il fatto che applicando il criterio di significanza alle tesi stesse dei Neopositivisti si è spesso incappati in un vero e proprio cortocircuito epistemico. Ed anche col fatto che la pars construens dell’epistemologia neopositivista, volta a giustificare i presupposti stessi delle scienze, ha incontrato difficoltà ad applicare i criteri troppo restrittivi di significanza da essa stessa elaborati.

Del resto, un corollario delle tesi di Carnap diventa la necessità di controllare la grammatica del linguaggio naturale (già considerato conoscitivamente fuorviante da Frege), accusato di avere una sintassi insufficiente dal punto di vista logico e dunque tale da consentire la formazione di proposizioni senza senso, anche se apparentemente significanti. Carnap aggiunge che se la sintassi grammaticale distinguesse, non solo le categorie lessicali dei sostantivi, degli aggettivi, dei verbi, delle congiunzioni, ecc., ma facesse anche certe distinzioni logicamente necessarie all'interno di tali categorie, allora le pseudoproposizioni non si potrebbero neppure formare. Se, per esempio, i sostantivi fossero suddivisi grammaticalmente in più specie lessicali, secondo che designino diverse proprietà, di corpi, di numeri, e cosi via, allora le parole « condottiero » e « numero primo » apparterrebbero a specie lessicali grammaticalmente diverse e certe pseudoproposizioni sparirebbero. Ora, in primo luogo, il linguaggio naturale è un’astrazione di una pluralità di lingue storicamente usate da singole comunità e l’interazione di queste lingue con modelli più o meno formalizzati è un processo di grande complessità non riducibile ad un rapporto di tipo normativo tra un lingua imprecisa ed un linguaggio puro che ne corregga le distorsioni. Dunque, le regole della grammatica di una lingua storicamente intesa sono la risultante di processi che non sono del tutto controllabili e men che mai possono essere il contenuto di una teoria precostituita. Inoltre non si capisce perché termini di specie lessicali differenti tra loro non si possano predicare gli uni degli altri o non si possano predicare entrambi di uno stesso individuo: questa è una questione che esula dall’ambito grammaticale. Carnap in realtà vuole trasformare in regole grammaticali dei pregiudizi che di grammaticale hanno ben poco.  Il tentativo di estendere la portata di lingue artificiali oltre ambiti specifici e circoscritti somiglia pericolosamente alla Neo-lingua descritta da Orwell : esso  presuppone ingenuamente che il senso di una proposizione si riduca al rispetto di regole sintattiche, per cui basta restringere meccanicamente l’ambito delle proposizioni lecite per far sparire d’incanto i momenti in cui un individuo ritiene e prova l’esperienza (nel senso di Erlebnis) di aver compreso qualcosa. In realtà si aumenterebbe solo il numero di insight che devono faticare a trovare un contenuto. Invece l’evoluzione della lingua deve consentire l’ampliamento delle possibilità di comprensione semantica e di comunicazione, mentre questa sorta di  rasoio linguistico di Occam deve essere usato più a livello intralinguistico, per differenziare diverse forme di linguaggio e non per distinguere ciò che è linguistico da ciò che non lo è ( e questa è l’intuizione del secondo Wittgenstein nella sua critica al Tractatus ).

Ma analizziamo più da vicino le singole osservazioni che Carnap fa a proposito di determinati concetti metafisici:

Ad esempio a proposito di “babico”, se questo termine denotasse qualità non- empiriche, esso sarebbe considerabile sicuramente come “insensato”. Ma cosa giustifica tale posizione? E se l’analisi del termine “babico” comportasse un regresso ad infinitum con termini analoghi a “babico”? Ad es. se si dicesse che “babico” è “ ciò che attiene alla cirinnità…” e così via ? Magari pragmaticamente non si potrebbe continuare il discorso, ma nemmeno si potrebbe negare a priori al nostro interlocutore il possesso di un contesto di senso che possa eventualmente condividere con altri soggetti.

Un altro esempio che fa Carnap è quello di “bebico” ( speculare al primo ), di cui sarebbe vietato qualsiasi significato alternativo a quello stabilito dall’analisi delle occorrenze. Ma quale fondamento ha questo divieto? Perché l’uso prevalente di una parola dovrebbe motivare l’illiceità di un altro uso della parola stessa ? Questo Carnap nemmeno lo chiarisce.

Carnap analizza anche il termine “principio” e qui già prepara il contesto dell’argomentazione senza approfondire l’accezione metafisica del termine. Infatti egli già esclude l’accezione gnoseologica del termine “principio” senza contare il fatto che per pensatori come Platone, Plotino, Agostino, Spinoza, Hegel, Gioberti non c’è (né vuole esserci) questa separazione tra ratio essendi e ratio cognoscendi, per cui il metafisico reinterpreta in maniera ontologicamente rilevante la dimensione conoscitiva, mentre Carnap mostra semplicemente di condividere la metafisica moderna del soggetto quando pensa che la conoscenza sia un atto di chi conosce (dell’Io) e non una manifestazione di ciò che è conosciuto. Un assioma per un neoplatonico non è un postulato e una dimostrazione non è una procedura, ma un prodotto della contemplazione (e quest’ultima è un momento dell’emanazione dall’Anima).

Quando poi Carnap analizza il termine “Dio” lo considera semplicemente un predicato (o una classe) per cui la proposizione elementare che lo contraddistingue sarebbe “ x è un Dio ”. Ma Carnap al tempo stesso non può fingere di scandalizzarsi del fatto che il metafisico non accetti questa proposizione, dal momento che storicamente (e dunque anche logicamente) la distinzione tra nome proprio e predicato (teorizzata da Frege) non è così netta : molti nomi propri sono il risultato dell’ipostatizzazione di  un predicato, per cui si può pensare alla possibilità che il predicato sia sostantivato (operazione che sta forse alla base del platonismo). “Dio” dunque per molti metafisici è un nome proprio, dal momento che la classe “Dio” ha un solo elemento (unicità di Dio).. Dunque considerare “Dio” un termine analogo a “babico” risulta alla fine mistificante, anche perché già solo il fatto che il termine “Dio” sia forse il nome proprio più usato nella letteratura occidentale lo rende inassimilabile ad un mero flatus vocis senza senso.

Carnap poi passa a quelle che lui ritiene pseudoproposizioni composte con parole che hanno  significato ma in modo tale da non produrre senso alcuno. Un caso tipico è la proposizione “Cesare è un numero primo”, proposizione che per Carnap dimostra l’insufficienza logica della sintassi grammaticale delle lingue naturali : essa è formata rispettando tale sintassi, ma costituisce una successione di parole priva di senso, dal momento che « numero primo » è una proprietà di numeri e dunque un attributo che non può esser né affermato, né negato relativamente a delle persone. In realtà qui Carnap sfrutta le diverse accezioni di “insensato” per legittimare la sua tesi:  Cesare è un numero primo” può essere semplicemente una proposizione falsa, se si intende per Cesare “il condottiero che conquistò la Gallia etc. etc. ”, ma un appassionato di numerologia potrebbe considerare la proposizione tale da poter essere discussa (se è vero che “Caesar” equivale nella gematria  a “287”).

Quanto alla critica del famoso passo di Heidegger sul “Nulla”, la prima cosa che si nota è che Carnap vuole sottoporre il linguaggio heideggeriano al letto di Procuste di un linguaggio formalizzato che viene considerato arbitrariamente paradigma di validità. Il fatto che anche questo linguaggio sia problematico si evince dal fatto che esso implica la natura “insensata” di termini come “Nulla”, semplicemente perché non ha un corrispettivo per tale parola del linguaggio naturale e dunque “Non c’è (non esiste, non è presente) qualcosa che sia fuori ” ( “ –($ x) . Fu (x)” ) non è considerabile traduzione fedele ad es. di “There is nothing outside”. Infatti, in quest’ultimo caso, la negazione accompagna il predicato sostantivato (“no-thing” o “ne-ullus”), mentre, nel linguaggio formalizzato di cui prima, la negazione riguarda il predicato verbale “esiste”. Carnap cioè non riflette sulle operazioni implicite nella formalizzazione e sul modo come questa viene compiuta. Che quello di usare “Nulla” come nome sia un errore viene presupposto da Carnap (ed è il presupposto implicito che fa tradurre impropriamente “There is nothing outside” come “Non c’è un x tale che ‘x sta fuori ’  ” ) ma non viene giustificato in alcun modo.

In realtà forse la critica al concetto di “Nulla” andrebbe operata dall’interno di una prospettiva metafisica (come fa ad es. Parmenide di Elea). Inoltre sembra non esserci alcuna ragione evidente (se non appunto un argomento contro il concetto “Nulla”) per impedire che se si può fornire la versione logistica di proposizioni come “Cosa si può dire della pioggia?”, si può fornire anche la versione logistica di proposizioni quali “Cosa si può dire del Nulla?”.

Infine Carnap, citando una presa di distanza di Heidegger dalla logica, conclude che un metafisico giunge da sé alla constatazione che le sue domande e risposte non sono compatibili con la logica e con il modo di pensare della scienza. Ma questo (a parte il fatto che Heidegger distaccandosi dalla logica intendeva staccarsi anche dalla metafisica) conferma che la polemica con Heidegger ha solo lo scopo di convincere coloro che sono già convinti. Ma su questo torneremo dopo. Inoltre qui Carnap sembra pensare (in contrasto con quanto detto prima) che la violazione delle leggi logiche equivalga all’accezione in senso stretto di insensatezza ed anche questo andrebbe meglio chiarito.

Carnap poi analizza le conseguenze derivanti dall’uso erroneo della parola “essere” nelle lingue occidentali : questa parola sconta un’iniziale ambiguità data dal fatto che  da un lato, viene adoperata come copula davanti a un predicato (« io sono stanco »); dall'altro, è usata come termine designante l'esistenza («io sono»). Il secondo problema sta nella forma del verbo « essere » inteso nel suo secondo significato, quello dell'esistenza. La forma verbale suggerisce illusoriamente l'idea di un predicato, laddove non ne sussiste alcuno. Che l'esistenza non sia un attributo, lo si sapeva già da un pezzo (vedi la confutazione kantiana della dimostrazione ontologica dell'esistenza di Dio). Ma solo la logica moderna è, a questo proposito, completamente conseguente: essa introduce il segno esistenziale in una forma sintattica tale da non poter esser riferito come predicato a un segno individuale, bensì solamente a un predicato. La maggior parte dei metafisici, fin dall'antichità, si è lasciata trarre in inganno dalla forma verbale, cioè predicativa, della parola « essere », così da formulare pseudo-proposizioni come « io sono » o « Dio è ». Una proposizione esistenziale non ha la forma «a esiste» (come nel caso di «io sono», cioè «io esisto»), bensì la forma « esiste qualcosa di questa o quella sorta ».

Questa tesi di Carnap va affrontata seriamente e va discussa sin dalla sua iniziale articolazione (dalla riflessione di Kant, Frege e Russell). Non è questo il luogo opportuno per farlo con il dovuto approfondimento. Qualcosa però può essere detto: in primo luogo c’è un’altra accezione del termine “essere” ed è quello che esprime l’identità (ad es. “A è A” o “Maigret è il commissario narrato da Simenon”). L’identità e la predicazione vanno analizzate sulla base dell’ipotesi che abbiano qualcosa in comune. Si può altresì ipotizzare che l’esistenza sia collegata all’identità intertemporale (l’essere identici a se stessi nel tempo) di un qualsiasi soggetto. Perciò la distinzione tra le tre accezioni del significato di “essere” potrebbe non essere assoluta. In secondo luogo, la tesi che la forma “a esiste” sia impropria non è cogente, dal momento che è possibile sempre associare ad un nome una descrizione (altrimenti il nome stesso non si potrebbe attribuire) e dunque, tramite questa, costruire frasi come “Napoleone è effettivamente esistito” oppure “Dio esiste”, Infine “qualcosa di questa o quella sorta” forse non è immediatamente un nome proprio, ma non si può nemmeno identificare sic et simpliciter con un predicato tipo “rosso”, ma rappresenta una categoria intermedia, su cui è necessario un approfondimento. Di sicuro la tesi di Carnap però è troppo sbrigativa.

Per quel che riguarda la critica a Descartes, Carnap trascura il fatto che non si tratta di una mera deduzione di “Io esisto” da “Io penso” (giacché è vero che dall’atto del pensare si deduce che esiste qualcosa che pensa), ma dalla riflessione su chi sia colui che dubita circa l’esistenza dell’Io. Ma anche questa aporia è troppo complessa per essere risolta in poche battute, come presume di fare Carnap né può essere considerata un motivo valido per tacciare la metafisica di insensatezza, quanto piuttosto una ragione per approfondire l’argomento di Descartes, magari anche con l’aiuto degli strumenti analitici che Carnap ha contribuito ad approntare (oggi non si può pensare di analizzare un argomento del genere senza approfondire il tema degli indicali).

L’ultima critica che Carnap fa ad alcuni ragionamenti metafisici è quella che tali ragionamenti violano la teoria dei tipi (ad esempio attribuendo proprietà ad altre proprietà etc.). In realtà a tal proposito non si sa se la teoria dei tipi sia la miglior soluzione del problema delle antinomie logiche, né se essa può essere estesa anche al cosiddetto linguaggio naturale, con effetti che in Carnap sembrano anche più  restrittivi della classica teoria dei tipi. Quindi anche in questo contesto la critica carnapiana non sembra essere decisiva.

Al di là di tutto, queste critiche di Carnap, più che potersi collegare con la teoria dell’insensatezza della metafisica, sono una sequenza di argomentazioni che possono stare benissimo all’interno di una normale critica filosofica ad alcuni concetti e/o dimostrazioni della metafisica stessa. E’Carnap che ideologicamente vuole dare ad esse una valenza complessiva, diversa e più radicale.

Passiamo infine alla spiegazione del fatto che molti uomini nel corso della storia hanno usato concetti della metafisica pensando di comprendere quel che essi dicevano o scrivevano. Questa tesi singolare (comune a molti maestri del sospetto) Carnap la espone dicendo che la metafisica (che nasce quando un termine, anticamente avente un senso, lo perde attraverso un uso metaforico di esso) non serve alla rappresentazione di dati di fatto né esistenti né non esistenti (altrimenti si tratterebbe solo di proposizioni false), ma serve solo all’espressione del sentimento della vita, il proprio atteggiamento emotivo e volitivo verso l’ambiente naturale e sociale, che va distinto nettamente dalla teoria. Carnap aggiunge che molti uomini avvertono l'esigenza di dare una particolare forma, oltre a quella consueta, all'espressione del loro sentimento della vita. Se tali uomini hanno delle capacità artistiche, allora trovano la possibilità di esprimersi nella creazione di un'opera d'arte. Ora, il metafisico crede di muoversi in un ambito riguardante il vero e il falso. In realtà egli non asserisce nulla, ma si limita a esprimere dei sentimenti, come un artista; il poeta lirico fa lo stesso, senza tuttavia soggiacere al medesimo inganno: egli sa, in effetti, di operare nell'ambito dell'arte e non in quello della teoria. I metafisici invece sono come dei musicisti senza capacità musicale. In compenso, possiedono una forte inclinazione a lavorare con strumenti teoretici, combinando concetti e pensieri. Ma ecco che, in luogo di concretare questa inclinazione nell'ambito della scienza, da una parte, e di soddisfare separatamente il bisogno espressivo nell'arte, dall'altra, il metafisico confonde le due cose e crea un miscuglio che risulta tanto inefficiente per la conoscenza, quanto inadeguato per il sentimento.

Quest’ultima tesi di Carnap è altrettanto problematica : in primo luogo dire che l’uso metaforico di un termine gli toglie senso significa tarpare le ali alle facoltà conoscitive che spesso presiedono alla formazione delle ipotesi scientifiche e delle invenzioni intellettuali. In secondo luogo, la ricostruzione che egli fa della storia del mito e della metafisica è piuttosto semplicistica. In terzo luogo, il sentimento della vita rimane un concetto esplicativo piuttosto vago, e la sua distinzione dalla teoria impedisce proprio quella spiegazione sul ruolo rappresentativo svolto da quelle che dovrebbero essere solo espressioni emotive. In quarto luogo, la concezione rozza che sembra avere dell’arte (completamente separata dalle funzioni teoretiche) ricorda la più raffinata concezione crociana, che tuttavia tanto è stata criticata da intere generazioni di studiosi di letteratura ed alla fine abbandonata dal suo stesso ideatore; l’artista tra l’altro non crediamo neghi che la sua opera abbia un rapporto con una certa accezione di verità. In quinto luogo, non si capisce come delle emissioni vocali possano esprimere qualcosa senza avere un senso, né si intende come qualsiasi uso pragmatico del linguaggio non sia collegabile ad una descrizione di uno stato di cose possibile o reale. Carnap a tal proposito nega in questi passi contenuto teoretico alla metafisica, ma prima egli voleva negare un qualsiasi significato ad essa : a nostro parere, per poter spiegare il successo della metafisica, Carnap è costretto a sfumare implicitamente la portata della sua critica e ad accostarsi ad un più generico empirismo antimetafisico (che cioè denuncia la falsità, ma non l’insensatezza, della metafisica). Infine Carnap non spiega perché la metafisica debba essere un miscuglio e non possa essere una sintesi che metta insieme le istanze conoscitive della scienza e quelle emotive dell’arte, a meno che non voglia sostenere una tesi irrealistica come quella della distinzione netta tra dimensione conoscitiva e dimensione esistenziale ed emozionale della vita umana.

Volendo concludere questa analisi critica, Carnap ed i neopositivisti hanno buttato un grande sasso nella piccionaia della filosofia. Tuttavia la loro critica si rivela, ad un’analisi più approfondita, discutibile nei presupposti, sbrigativa nell’analisi, superficiale nelle conclusioni. Da essa noi prendiamo l’esigenza, per chi voglia fare filosofia ed anche per l’aspirante metafisico, di coniugare alla ricchezza ermeneutica il rigore dell’analisi logico-linguistica. Ma se togliamo questi stimoli costruttivi (che sono importanti), quel che rimane è una sorta di circolare interna ad uso degli aderenti al movimento neopositivista al fine di selezionare i contenuti teoretici da analizzare.

 

Pubblicato il 1/5/2006 alle 22.52 nella rubrica Ontologia.

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